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San Cataldo da Rachau

 

una raccolta di scritti sulla vita di San Cataldo, Vescovo Irlandese

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Testi sulla vita di San Cataldo:

Ambrogio Merodio - AD1681-82

Cataldo Antonio Cassinelli - AD 1718

Martin Shaw Briggs - AD 1913

Sac Andrea Martini - AD 1932

P. Adiuto Putignani - AD 1970

Alberto Carducci - AD 1997

Giuseppe Febbraro - AD 2002

Prof. Enzo Farinella - AD 2002

Silvano Trevisani - AD 2006

Guido Iorio - AD

Dr. Dagmar O'Riain - AD 2012

 

S.CATALDO

 

Vescovo e Protettore di Taranto di P. Adiuto Putignani o.f.m.

 

Studi Francescani Salentini, Sezione Storica, nr. 6 - Libreria Editrice <<Ulderico Filippi>>, Taranto, 1970

 

 

 

Esaurita da tempo la prima edizione della Vita (breve) di S.Cataldo, accogliendo le insistenti richiesti richieste degli amici, licenzio per le stampe il presente lavoro, che si differenzia dal precedente per l’apparato critico e per una maggior copia di notizie.

 

Tarantino d’adozione, con la presente pubblicazione intendo rendere devoto ossequio al Santo Patrono, e doveroso omaggio a tutti i cittadini, nella speranza di poter contribuire all’accrescimento del culto del nostro caro Santo e ad incrementare le fede di quanti vivono in questa stupenda e ospitale città. 

 

P. ADIUTO STEFANO PUTIGNANI

 

 

La figura di S.Cataldo, Vescovo e Protettore di Taranto, per un complesso di ragioni, che analizzeremo in seguito, ed in modo particolare per la mancanza di senso critico in non pochi scrittori della nostra regione[1], che, direttamente o indirettamente, se ne sono occupati, è restata avvolta nella vaporosa nebulosità della leggenda, che, in qualche caso, ha rasentato la favola. Ed è stato proprio la interpretazione leggendaria della vita del santo che ha adito a tutti gli scrittori di collocarlo, a loro piacimento, in un secolo o in un altro, alle origini del cristianesimo e, conseguentemente, della Chiesa tarantina, come al secolo XI, tra gli arcivescovi. E’ noto, infatti, che la Chiesa di Taranto fu retta da Vescovi sino al 978, e che solo con Giovanni II si ebbe il titolo di Arcivescovo.

Come in tutte le cose umane, la verità, a nostro avviso, sta nel mezzo. Verità, diciamo, non intuitiva, ma deduttiva, fattasi largo in questi ultimi tempi, e che si appalesa con lo studio comparato delle tradizioni irlandesi e tarantine. Man mano che ci si addentri nella intricatissima questione storica e si vagliano i giudizi e le affermazioni dei vari scrittori, e si raffrontano tra loro, inquadrandoli nel periodo storico più probabile, la nebulosa vaposorità scompare e i lineamenti storici di S.Cataldo si stagliano e si precisano.

Il merito principale della chiarificazione storica va a due ottimi scrittori, a Mons. Giuseppe Blandamura[2], già Arcidiacono della Cattedrale tarantina e all’Ingegnere Fra Anselmo M. Tommasini[3], dei Frati Minori. Il primo, attraverso lo studio della crocetta aurea opistografica rinvenuta nel sarcofago del santo all’epoca del rinvenimento del sacro Corpo dall’Arcivescovo Dragone nel 1071[4] e la interpretazione paleografica delle lettere incise su di essa, è riuscito a collocare il santo nel suo giusto periodo storico; il secondo, avvalendosi dello studio del Blandamura e di varie fonti letterarie irlandesi a lui famigliari, ha contribuito a rischiarare sempre più e meglio l’orizzonte storico. Noi, tenendo presenti le fatiche di entrambi ed avvalendoci dell’ausilio di altri studi recenti e personali, cercheremo di presentare ai nostri lettori una biografia di S. Cataldo, modesta, se si vuole, nelle proporzioni editoriali, ma, per quanto ci sarà possibile, rispondente ai criteri storico-critici.

 

*  *  * 

 

L’accorto lettore, se avrà la fortuna di avere tra mano le varie biografie di S.Cataldo[5], non dovrà eccessivamente meravigliarsi delle contraddizioni e delle varietà di date, che necessariamente potrà riscontrare, se porrà attenzione all’epoca in cui sono state scritte, e alla dipendenza pedissequadell’una e dell’altra. Le principali, quelle che hanno fatto testo per lungo tempo, rimontano al seicento, quando il crivello della criticaq non era usato, se pure era conosciuto.Noi oggi, al lume di nuove esperienze storiche e con l’apertura di molti archivi, sappiamo quale valore attribuire alle asserzioni di un Giovan Giovine, di un Bartolomeo Moroni, di un Cassinelli, di un Costanzi, di un Infantino, ecc., e siamo in grado di vagliare il loglio dal grano, la storia dalla leggenda. Nel contempo però, siamo fermamente convinti che lo storico non deve avere atteggiamenti iconoclastici, deve cioè avvalersi anche della tradizione, specie quando questa è identica in più luoghi e nell stesso tempo indipendente: sono due correnti, che partendo da pun ti diversi e distanti tra loro, recano una merce identica e, nel nostro caso, notizie parallele. 

 

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Canty[6], città del distretto di Munster, diocesi di Wateford, in Irlanda, posta a circa sette miglia da Lismore, con tutta probabilità, diede i natali al nostro S.cataldo tra il 610 e 620[7]. Della sua prima infanzia nulla sappiamo di preciso, e tutto quello di straordinario e  miracoloso riportato dai nostri scrittori regionali, va collocato nel novero della favola. Neppure ci sono noti con esattezza i nomi dei genitori, dal Giovine e dal Moroni indicati in Eucho e Athena o Achlena, dal De Vincentiis in Eucho Sambriak ed Aclena o Catilena Milar. Sappiamo solo che discendeva da famiglia benestante e che ben presto abbandonò il mondo per entrare nel monastero di Lismore, per porsi sotto la guida spirituale e scientifica di S. Carthage[8].

Il detto monastero, fondato nel 630, per il prestigio culturale e spirituale del suo fondatore, ben presto assurse a primaria scuola di sapere religioso, e ad esso confluirono S.Cataldo, che fu l’immediato successore di S. Carthage, S. Colman, S. Cronon, S. Maedoc e S. Conarchi o Giollachrist, morto vescovo di Lismore nel 1186. 

 

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Le fondazioni monastiche irlandesi si differenziavano grandemente dalle grandiose badie medioevali. Rassomigliavano piuttosto a settlements di pionieri. Comprendevano un grande numero di celle separate. Ogni cella accoglieva uno o due monaci, ed erano costruite di pali e di frasche, o di pietrame. Queste ultime, di forma rotonda, ovoidale o rettangolare, erano edificate con pietre grezze, a secco: e venivano coperte, come i nostri trulli, con cupolette ottenute dal progressivo aggetto d’un corso di pietre sul corso sottostante. L’abate occupava spesso una capanna situata sopra un poggetto. Oltre alle celle dei monaci, la città monastica racchiudeva uno o più oratorii, di struttura e di dimensioni assai modeste, una cucina, un refettorio, una foresteria e le officine.

La vita monastica era articolata in tre specifiche attività: lavoro, studio, preghiera.

Il lavoro era agricolo ed artigiano, e quest’ultimo comprendeva le specializzazioni di fabbro, falegname, orafo, copista e miniaturista.

Lo studio verteva principalmente sui testi biblici, sugli scritti dei SS. Padri e sulle opere classiche latine e greche. S. Colombano, scrivendo al suo discepolo Set, così delinea la formazione culturale del monaco irlandese:

 

<< Sin tibi divitiae dogmata legis

Sanctorumque Patrum castae moderamina vitae,

Omnia, quae dociles scripserunt ante magistri,

Vel quae doctiloqui cecinerunt carmina vates;

Has cape, divitias semper contemne caducas>>[9].

 

La preghiera liturgica era sostanzialmente basata sulla salmodia, ed occupava gran parte del giorno e della notte; ed era spesso accompagnata da gesti di adorazione, da dimostrazione di penitenza, dal rimanere a lungo con le braccia aperte a modo di croce = vigilia crucis[10].

Ai predetti aspetti, sostanzialmente identici agli altri monaci, se ne deve aggiungere uno tipicamente e, direi quasi, esclusivamente irlandese: lo spirito missionario ed il desiderio diffuso di peregrinare ad limina ed ai Luoghi Santi.

 

<<L’espatrio volontario, scrive il Tommasini, sembrava agli emigranti, in maggioranza monaci, un’immolazione, sovranamente atta a perfezionare l’opera di rinuncia ch’avevano intrapresa. Si noti che l’amore degl’Irlandesi per l’isola loro e la loro famiglia è fortissimo, quanto la loro tendenza a distaccarsene, e che anche oggi la nota dominante delle loro canzoni popolari è l’accorata nostalgia dei figli lontani, al ricordo della casa e della madre. Lasciare il paese “per l’amore di Dio” (peregrinatio pro Dei amore), “per il nome del Signore” (peregrinatio propter nomen Domini), “per l’amore o il nome di Cristo” (ob amore, pro amore, pro nomine Christi), “per la guarigione dell’anima” (pro remedio animae), “per l’acquisto della patria celeste” (pro adipiscenda in coelis patria, pro aeterna patria), tali sono le formule che i biografi di questi santi viaggiatori impiegano di preferenza, per caratterizzare i motivi delle loro peregrinazioni. Essi stessi si chiamavano peregrini, cioè stranieri esiliati volontari. S’interdicono il più delle volte per la vita intera il ritorno in patria. Gli agiografi li assomigliano per questa ragione ad Abramo. Sembra ch’essi abbiano tutti udito la voce che disse al patriarca: Egredere de terra tua et de cognatione tua>>[11].

Questa fu la scuola a cui si formò il nostro San Cataldo, questo lo spirito a cui informò tutta la sua vita. 

 

*  *  * 

 

Monaco nel senso pieno della parola, alternava la sua giornata nella preghiera liturgica e nell’insegnamento delle divine verità. Fra i tanti che docilmente si erano posti sotto la direzione di S. Carthage, solo lui, alla morte del maestro avvenuta nel 637, fu trovato degno di succedere e nella direzione del monastero e nella direzione della ormai famosissima scuola. L’insegnamento e la direzione monastica non lo tenevano lontano dal ministero sacerdotale, dall’apostolato missionario tra i suoi connazionali e corregionali. Ed in questa plurima attività lo colse la nomina vescovile.

<<Cataldo, scrive ancora il Tommasini, pervenne all’episcopato in modo eccezionale. Distribuito il suo patrimonio ai poveri, dopo la morte dei genitori, e fattosi sacerdote, aveva operato vari miracoli, fra cui il risveglio d’un morto. A seguito di ciò, denunziato per l’esercizio di arti magiche da meltride, duca di Desii, al re del Munster, fu imprigionato. La morte imprivvisa di Meltride e l’apparizione notturna di due angeli al re, portarono alla scarcerazione del santo, e alla sua nomina a vescovo di Rachau, la cui mensa vescovile fu dallo stesso re dotata delle rendite dei possedimenti di Meltride>>[12].

Per quanto tempo Egli resse la diocesi di Rachau o Rachan[13] non ci è dato sapere; sappiamo invece dell’ordinamento amministrativo da Lui operato nel vasto territorio diocesano, nel principato di Sleive-Cua, consistente nella divisione del territorio in dodici circoscrizioni, paragonabili alle odierne foranie, a capo delle quali pose dodici Corepiscopi, cioè, vescovi ausiliari, con poteri limitati e dipendenti dal Vescovo-Capo (ard-easpoc) residente nel centro diocesi. Da ciò e dall’iconografia cataldiana[14], che ha avuto inizio nel secolo XI, alcuni scrittori gli hanno attribuito il titolo di arcivescovo, che non ebbe mai. Nè in Irlanda, nè a Taranto, le rispettive sedi godevano di tale titolo, che per i vescovi tarantini rimonta appunto al secolo XI.

L’ordinamento amministrativo della diocesi sta a indicare tutta la cura e la premura del nostro santo per il bene delle anime e per la diffusione del cristianesimo. Non potendo essere presente personalmente in tutto il territorio diocesano, perchè oltre al governo della diocesi aveva il governo del monastero e la direzione della celebre scuola, procurò di esserlo per mezzo dei suoi rappresentanti, che, pur godendo di una certa autonomia, da lui prendevano gli ordini e le direttive. L’unione delle due cariche di vescovo e di abate di Lismore gli valsero il titolo di Vescovo-Abate.

I biografi irlandesi non spendono grandi parole per illustrare l’attività episcopale della nativa Irlanda, ma preoccupati di riallacciarsi alla tradizione tarentina, ce lo presentano subito pellegrino in Terra Santa. 

 

*  *  *

 

L’epoca del viaggio[15] per i Luoghi Santi viene collocata tra gli anni 665 e 666, epoca, secondo noi, insostenibile. Infatti, tenendo presente la data di fondazione del monastero di Lismore, 630, e la tradizione irlandese e tarentina circa la data di morte del santo <<saeculo septimo ad finem vergente>>, e i presumibili quindici anni di permanenza nella città bimare, l’anno della di lui consacrazione vescovile deve necessariamente spostarsi in avanti, e tale sorte deve toccare anche alla data del viaggio per l’Oriente. Siamo pienamente consenzienti col Douglas quando scrive: <<Il monastero e la scuola di Lismore in cui S.Cataldo insegnava, fu fondata nel 630, il che spiega la di lui consacrazione come vescovo nel 670>>[16]. Ritenendo perciò valida tale data, non è ammissibile il viaggio del 666, che, con tutta probabilità, dovette aver luogo tra il 679 e il 680.

Il pellegrinaggio del santo in Palestina non è messo in forse da nessuno dei vari scrittori e biografi, ed una testimonianza iconografica la si può tutt’ora ammirare nella Basilica della Natività  di Betlem[17]; ma nel contempo nessuno ci dice quanto tempo si sia ivi fermato. Con un salto, senza tempo, nello spazio, lo ritroviamo <<taumaturgo>> sui mari, <<taumaturgo>> sulle spiagge del Salento[18]. Ma in quale punto della costa salentina toccò egli terra?

 

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Quattro sono le località che si contendono il privilegio di aver accolto per primo il santo: Otranto, Porto Adriano o S.Cataldo di Lecce, Taranto ed una località imprecisata della costa ionica non molto distante da Taranto.

A sostegno delle due prime tesi, gli scrittori interessati non adducono serie documentazioni, ma solo semplici esserzioni.

L’ipotesi dello sbarco sul lido di Lecce, Porto Adriano, è formulata sulla base della toponomastica. Dall’esistenza di una cappella dedicata a S.Cataldo, che non sappiamo quale anno venne costruita, è stata creata tutta una impalcatura di ipotesi che si vogliono far passare per verità storiche. L’infantino (Lecce sacra), con molta ingenuità, asserisce: <<S.Cataldo venuto da irlanda con suo fratello Donato, che fu poi Vescovo di lecce, sbarcati in questa nostra spiaggia, dov’è il porto di Lecce, che oggi in memoria di questo medesimo santo chiamiamo S.Cataldo, edificarono una cappella che sin oggi si vede a guisa di piccola grotta e menarono per 14 anni vita eremitica, ed essendo morto in quel tempo il Vescovo di Taranto, i Tarantini ad intercessione dei leccesi lo fecero loro pastore>>.

Nè critico è il Cota (L’antico porto di S.Cataldo, Lecce, 1936), quando, dopo aver sunteggiatala vita del santo dal Morone, aggiunge: <<L’approdo del Vescovo S.Cataldo sul nostro lido prima di raggiungere la sede di Taranto è storicamente provato (da chi? dove?), ed è tradizione non mai contrastata (?) che da questo evento ha origine la denominazione Porto S.Cataldo>>.

Nè tampoco, al lume dei recenti studi, posiamo accettare quanto è affermato da Nicolò Coletti (Ahhiunte e correzione all’Italia Sacra, dell’Ughelli, X, p. 126): <<Donatus enim vir sanctissimus, S.Cataldi Tarentini Episcopi germanus frater; genere Hibernus; qui Hierosolimis sacrum cum adorasset Domini sepulcrum, Eremiticam vitam ducens, ex Dei monitu ad has partes venit. S.Aniceto I summo Pontefice, una cum Donato fratre suo, qui primus Lupiensium Episcopus ibi pronunciatur.

<<Per quatuordecim annos simul vitam Eremiticam duxerunt oppidum ad 10 m. Passus ab Hydrunto remotum, quod in obsequium eius S. Cataldi nomen accepit, et retinet adhuc.

<<Vivevat donatus an. Christi 173: eiusque meminit Ughellus tom. 9 in Liciensibus Episcopis, quibus etiam adnumerat.

<<Qui deinde successerit Donato in Lupiensium sede, nulla sunt monumenta quae nos doceant>>. Ed in base a quali doumenti si pone un S.Donato a Vescovo di Lecce? E di quale S.Donato si intende parlare[19]?

L’Agiografia irlandese non conosce nessun Donato fratello di S. Cataldo, nè un S.Donato irlandese vissuto nel 173, ma solo un S.Donato[20], di tale nazione, detto di Fiesole, vissuto tra l’829 e l’876.

Se, come si vede, inammissibile è tale presunta fraternità fra il nostro santo ed un’inesistente Donato, così dubbia ed infondata deve ritenersi l’ipotesi del suo sbarco su quel lido oggi con il suo nome chiamato.

Lo sbarco ad Otranto poi è dedotto dall’importanza che questo porto ebbe nell’antichità e nel medioevo.

Anche lo sbarco nel porto di Taranto non è suffragato da solide documentazioni.

L’ipotesi attendibile e rispondente alle tradizioni tarentine ed irlandesi è quella del naufragio sulle coste ioniche, la quale, come vedremo, è basata sugli effetti delle correnti marine e dei venti dominanti e ricorrenti del golfo.

Dal tempo della colonizzazione greca fino a tutto il medioevo, i viaggi da e per l’Oriente si effettuavano in due soli tempi dell’anno, cioè nei mesi marzo-aprile e settembre-ottobre. Fuori di quei periodi era rischioso affrontare il mare aperto. In merito il Michaud (Storia delle Crociate, 1. XII), scrive: <<Giusta l’antica consuetudine de’ naviganti, due tempi dell’anno erano fissati per attraversare il mare. I pellegrini imbarcavano quasi sempre nei mesi di marzo e di settembre, sia per recarsi in Oriente, sia per tornare in Europa; la qual cosa faceva che essi venissero paragonati a quelli uccelli di passaggio che cangiavano il paese nell’avvicinarsi della nuova stagione ed alla fine de’ bei giorni>>.

A questa condotta generale dovette certamente attenersi S. Cataldo nel suo ritorno in Europa.

Ma se in linea di massima il Mediterraneo era navigabilissimo in tali periodi dell’anno, non lo era, come non lo è oggi per le piccole imbarcazioni, il nostro Jonio a causa del predominio di alcuni venti e di alcune correnti marine.

<<Oggi sappiamo cosa pensare di questa tempesta, scrive il Blandamura (Un cimelio del sec. VII), e del conseguente naufragio che in altri tempi potevano rappresentare da soli la chiave di volta di tutta la leggenda cataldiana, nella parte che più ci riguarda. E parliamo per bocca dei competenti.

Nella regione salentina specie all’epoche degli equinozi (sett.-otto. E mar.-apr.) predominano per il passaggio di depressioni barometriche dal Mar Ligure all’Egeo, attraverso il Tirreno, e poi per la bassa Italia, delle burrasche che s’iniziano nel Jonio dapprima con violente sciroccate (direzione da S.E.), le quali deviano man mano che la depressione scende sul Tirreno verso libeccio e ponente. I venti che determinano queste burrasche sono molto ben conosciuti dai nostri marinai ed annoverati fra i più pericolosi della navigazione, accertati di già e spiegati rigorosamente con osservazioni scientifiche. Le navi a vela, o a remi, sono costrette da questi venti a girare lungo la costa e a trovare rifugio nelle sue numerose anfrattuosità, che rappresentano dei porticciuoli naturali sul Jonio, specie in quella insenatura presso la Torre dell’Ovo, vicinissima all’altra del Boracco, che anche oggi è rifugio naturale di molte imbarcazioni sospinte dalla tormenta.

L’entrata quindi nel nostro mare della nave recante il Santo d’Ibernia, dopo aver girato il capo Iapigio (oggi S.Maria di Leuca), a causa di una tempesta, non urta contro le consuetudinarie vicende della nostra navigazione costiera, e scientificamente spiega il naufragio che determinò la venuta di S. Cataldo in Taranto>>[21].

Alle precise osservazioni addotte dal Blandamura possiamo aggiungere le nostre, frutto di recenti studi inmerito. Una volta doppiato il capo Japigio, per effetto delle correnti marine, le imbarcazioni sono necessariamente sospinte verso quel tratto di spiaggia che va proprio da Torre Ovo a Torre S. Pietro in Bevagna, ove era situato il diruto casale di Feline[22], che De Vincentiis, sovvertendo la topografia salentina, pone invece a sette chilometri circa da Ugento.

Questo straordinario evento, accompagnato da diversi fatti miracolosi, riferiti ed attestati da entrambe le tradizioni, avvenne in un periodo non certamente felice per la città e la diocesi di Taranto e dell’intero Salento. Il secolo VII, come è noto, fu nefasto per la nostra regione e per l’Italia meridionale, le scorrerie e le occupazioni dei Saraceni prima (668), quella degli Ungari dopo e poi quella dei Mussulmani, avevano ridotte le nost6re terre ad un cumulo di rovine e di desolazioni spirituali. E’ a questo stato di cose che gli scrittori si riferiscono, confondendo alle volte epoche ed anni, quando parlano delle tristi condizioni in cui venne a trovarsi il nostro santo, e quando si dilungano  ad illustrare le sue grandi fatiche per ripristinare la fede cristiana. E storicamente parlando, per quel che concerne la vita religiosa ed ecclesiastica del tempo, non si hanno documenti sufficienti per determinarne la portata e le condizioni. Ed è proprio in questo periodo che noi troviamo un vuoto di 63 anni nella cronotassi dei vescovi tarentini.

Stabilito con esattezza l’epoca in cui visse il nostro santo, ed ammesso in modo irrefutabile la sua presenza in Taranto, come è attestato dalle tradizioni irlandesi riferite dal Portes[23], dal Moran[24] e dal Colgan[25] e dalle tradizioni tarentine riportate da tutti gli scrittori locali, il posto occupato dal santo Irlandese nella cronotassi dei vescovi tarentini è immediatamente dopo Germano ( -- 680) e prima di Cesario (743), e se vogliamo dare una graduatoria numerica, riferendoci solo ai nomi noti, il suo è il tredicesimo posto[26].

Come mai, si potrà chiedere qualcuno, il nostro santo sbarcato nei pressi di Taranto nel mare Ionio, inceve di proseguire, via terra, passando per Roma come avevano fatto altri suoi predecessori nella peregrinazione, per la natia irlanda e per la sua diocesi, si sia fermato in questa nostra città ed abbia accettata la cattedra vescovile offertagli dal popolo?

Per chi conosce la storia del monachismo irlandese nella sua intima struttura organica e spirituale, per chi tiene presente quanto abbiamo detto avanti, non si meraviglierà certamente, e si renderà conto che non vi è nessuna contraddizione nel vedere S. Cataldo vescovo di Taranto.

Il santo, monaco e vescovo, pellegrino e missionario, giunse nella nostra città preceduto dalla fama di santo e taumaturgo proprio quando la Chiesa tarentina era vedovata del suo pastore, con la morte di Germano avvenuta poco tempo innanzi. Il popolo, che nei primi secoli del cristrianesimo era più intimamente legato agli avvenimenti della sua Chiesa e vi prendeva parte attiva, non si lasciò sfuggire l’occasione di <<imprigionare>>, filialmente e devotamente, un santo e di gridarlo suo Pastore. Per meglio poi comprendere l’acquiescenza di Cataldo è bene ricordare che egli era, prima di tutto, monaco, cioè staccato dalla famiglia e dalla patria; missionario, cioè ricercatore di anime da portare a Cristo; vescovo, vale a dire, Padre di anime rigenerate da Cristo, senza qualifica di nazionalità. Si sottopose perciò volentieri alla volontà del popolo, riconoscendo in questa la volontà di Dio.

 

*  *  *

 

La tradizione assegna al nostro santo un ruolo importantissimo nella riforma liturgica ed amministrativa della diocesi; riordinò, a quanto asseriscono i suoi biografi, il clero a cui impose la recita dell’ufficio divino secondo la consuetudine irlandese, e come aveva già fatto per la sua diocesi di Rachau, pur non ricorrendo ai Corepiscopi, riordinò anche quì la vita amministrativa ed apostolica.

La Chiesa irlandese annovera S. Cataldo tra i suoi primari scrittori, come apprendiamo dal Colgan, e la tradizione locale gli attribuisce la paternità di due opere, andate smarrite, un libro di omelie al popolo ed un altro De Visionibus[27].

 

<<A S. Cataldo, scrive ancora il Tommasini, si sono attribuite certe Profezie, riguardanti specialmente la famiglia regnante sul trono di Napoli, contenute in un volume sotterrato sotto una croce di piombo, scoperto nel 1492 nella chiesa di S. Pietro della Porta di Taranto, chiesa ora scomparsa. Queste profezioe, riferite anche dall’O’ Riordan[28], si trovano menzionate in molte cronache e memorie italiane della fine del quattrocento[29]. Tali profezie sono evidentemente spurie. I Bollandisti notarono già: Prophetiam ipsam ex libro Petri Galatini Ordinis Minorum de Ecclesia destructa, Romae in bibliotecha Aracoeli adservata addidit Morenus in Vita S. Cataldi; quam omittimus, ut rem obscuram, et forte sub nomine Sancti confictam>>[30].

 

Le tristi condizioni ambientali, sociali e politiche, da noi riferite avanti, perdurarono non solo durante il governo pastorale del santo, ma ancora dopo la sua morte  e fino alla riconquista del suolo tarentino da parte di Bisanzio. Niceforo Foca iniziò la rficostruzione della città, proseguita poi da Narsete e dall’arcivescovo Dragone, il quale nel 1071 diede anche inizio alla costruzione della nuova cattedrale, essendo andata quasi distrutta l’antica, quella che troviamo menzionata dal Sommo Pontefice S. Gregorio Magno.

 

*  *  *

 

La Divina provvidenza, che sempre amorosamente assiste i popoli, venne in aiuto dell’Arcivescovo, a cui accordò la fortuna di rinvenire il corpo del santo vescovo suo predecessore, del quale si era perduta ogni memoria a causa delle continue guerre e distruzioni a cui fu sottoposto Taranto.

Era il 10 maggio del 1071[31], e mentre gli operai sterravano ove una volte esisteva una cappella dedicata a S.Giovanni di Galilea, il loro piccone urtò un sarcofago, che immediatamente aperto alla presenza delle autorità religiose, con soave profumo rivelò qualcosa di portentoso. Un corpo era ivi racchiuso, un corpo che emanava profumo, un corpo, che subito si rivelò per quello di un santo, perchè immediatamente ebbe inizio una lunga teoria di miracoli. Una crocetta di oro, recante incise alcune lettere, svelò il segreto: S. Cataldo si svelava ai suoi figli di Taranto, che aveva tanto amati da preferirli a quelli della nativa irlanda.

Il sacro corpo, onorevolmente ricomposto nella stessa urna, fu collocato sotto l’altare maggiore della nuova cattedrale. <<In tale occasione, scrive il Tommasini, si compirono quattro grandi guarigioni miracolose. Nel 1107 il vescovo Rainaldo compì ua ricognizione delle reliquie, e le ricompose in altra urna, senza toglierle dall’altare maggiore. Nel 1151 fu fatta la traslazione delle ossa del santo dall’altare maggiore alla cappella speciale fatta costruire dall’arcivescovo Giraldo, in cornu epistolae della crociera, cappella rispondente al vestibolo dell’attuale cappellone. In tale circostanza, in cui avvennero nuove numerosissime guarigioni di paralitici, ciechi, energumeni, epilettici, scrofolosi, fu riaperta l’urna del santo e le sue reliquie furono poste in una nuova d’argento, con una croce d’oro ricca di gemme: probabilmente fu in questa occasione che si tolse dall’urna la crocetta aurea... Nel 1598 Mons. Vignati, Vicario Apostolico in Taranto[32], ideò la trasformazione della cappella di S.Cataldo, sollecitando all’uopo l’autorizzazione di Clemente VIII; e la cappella rifatta da Mons. Vignati, esistette fino al 1657, nel quale anno Mons. Caracciolo, profondendo somme rilevantissime, mise mano alla costruzione del magnifico cappellone, così caro al cuore dei Tarantini, le cui decorazioni furono completate solo al principio del se. XIX>>. 

 


 

[1] La bibliografia cataldiana è abbastanza numerosa: quì ci limitiamo a citare solo alcuni dei molti scrittori italiani e stranieri: IOVINE I. Dè Antiquitate et Varia Tarentinorum fortuna, Napoli, 1539, pp. 201 ss.; CASSINELLI, Vita e Memorie di S.Cataldo Vescovo di Taranto, Napoli, 1717; COLGAN, Acta Sanctorum Hiberniae, Lovanii, 1645; COSTANZI, Vita e Miracoli di S. Cataldo Vescovo e Patrono di Taranto (traduzione da BARTOLOMEO MORONE, con aggiunte), Napoli, 1789; DE VINCENTIIS, Storia di Taranto, vol. 3, Taranto, 1879; BAFFI, Ricerche sulla origine del fondatore della Cattedra Episcopale di Taranto. Taranto, 1880; MARTINI, Vita di S.Cataldo Vescovo e Protettore di Taranto, Taranto, 1932; LO JODICE, Memorie Storiche di S.Cataldo, Bologna, 1879; TOMMASINI A.M., Santi Irlandesi in Italia, Milano, 1932; ID. S.Cataldo a Betlemme, in Bollettino del B.Egidio di Taranto, a. IX, n. 10; BLANDAMURA, Un cimelio del sec. VII nel Duomo di Taranto, Lecce, 1917; Coco, L’Arcidiocesi di Taranto nella luce della sua storia, Taranto, 1937; ID., Il culto di S.Cataldo in Italia e nella città bimare, in “Rivista Diocesana di Taranto”, Ser. IV (1939), N.5-6; FAGO, Monumenti Cristiani di Taranto, in “Nuova Antologia”, 16-X-1903; VALENTE, S.Maria Murivetere, S.Cataldo e il Duomo, Taranto, 1900, ed altri.

[2] BLANDAMURA, Un cimelio, ecc. cit.

[3] TOMMASINI, Santi Irlandesi in Italia, Milano, 1932.

[4] Dragone, alcuni mesi dopo l’invenzione del corpo di S.Cataldo, prese parte alla solenne consacrazione delle chiese abaziale di Montecassino, fatta dal Papa Alessandro II nel 1071. Il papa per dare maggiore solennità alla cerimonia convocò tutti gli Arcivescovi e Vescovi del Mezzogiorno d’Italia: tra gli arcivescovi figura il nostro Dragone. “In quella circostanza, scrive il Tommasi (S.Cataldo a Betlemme, cit.), si strinsero sempre più i rapporti fra i Benedettini e il vescovo Normanno (Dragone), e di comune accordo si convenne di propagare la devozione di S.Cataldo, che coi miracoli metteva visibilmente sugello alla politica che aveva portato alla riconciliazione”.

[5] Vedi n. 1.

[6] Sul nome della città natale del nostro santo molto si è parlato e scritto, ed in proposito ci piace riportare ciò che ha scritto il Blandamura (op.cit., p. 30, n. 2), che fra tutti è quello che più ci soddisfa: <<Eliminando così Catando (presunto nome della patria del santo) della leggenda, come luogo di nascita del nostro Santo, ci sentiamo propensi ad ammettere che la sua patria sia stata invece Canty, sita nell’odierna diocesi di Wateford e Lismore. “Non si può esattamente indicare questo luogo (Cataldo), ma con la maggiore probabilità è lo stesso che il moderno canty, diocesi di Woteford, a sette miglia da Lismore, dove si vedono ancora le rovine di un antico oratorio. Si tratta di pura campagna senza città o villaggio; ma la tradizione dice, che ivi nacque S.Cataldo”. Così il Vescovo di Killaboe, ecc.>>.

[7] Le due date sono indicative, desunte da un calcolo approssimativo da noi fatto in base all’epoca della morte del santo secondo le tradizioni irlandesi e tarantine.

[8] Carthage o Cartago (il suo primo nome era Morchunda), nato verso il 555, fu sacerdote nel 580, fondò il monastero di tathin (attuale Rahen) nel 595. Espulso da Rathin con tutti i suoi monaci, si rifugiò sulle rive del fiume Blackwater, ove, nel 630 fondò il monastero di Lismore, divenuto celebre. Morì vescovo di Lismore il 14 maggio del 637 o 638.

[9] RYAN V.J., Irish Monasticism, Talbot Press, 1931, p. 365.

[10] Cfr. TOMMASINI, op.cit., p. 34.

[11] ID., op.cit., p. 43.

[12] ID. op.cit., p.338.

[13] <<La sede di rachau fu poi adiacente a Lismore (l’antica Lesmoria), ed il suo nome indigeno fu Rathcua, poi Rachau, Rachan, Rathan, Sen-Raghan, ora Shanrahan, ossia vecchia Rachau>>, BLANDAMURA, op.cit., p.30.

[14] Per l’iconografia cataldiana cfr. ISA BELLI BARSOLI, in Bibliotheca Sanctorum, III, p.951. Sempre e dovunque il nostro santo è rappresentato in abiti pontificali con il palio arcivescovile. Vedi, ad esempio, l’affresco tarantino del secolo XI, il mosaico della Cappella Palatina di Palermo del sec. XII, la statua argentea del Duomo di Taranto, ecc. Questa insegna ha indotto alcuni in errore, cioè ha fatto ritenere S.Cataldo Arcivescovo. La ragione del palio si spiega col fatto che il culto di S.Cataldo ha avuto inizio nel sec. XI, quando già la sede di Taranto era stata elevata a sede arcivescovile.

[15] Anche MARGHERITA STOKES (Six months in the Appennines, or a pilgrimage in search of vestiges of the Irish saints in Italy, Londra, 1892) annovera S.Cataldo tra I santi irlandesi pellegrini in Italia, e  non solo nella veste di pellegrino, ma anche di missionario.

[16] Cfr. BLANDAMURA, op.cit., P.37, N.82.

[17] <<Infatti nella basilica eleniana della Natività  in Betlemme, è rappresentato S.Cataldo; la sua figura è dipinta sull’ottava colonna della navata principale, a sinistra, e porta il nome scritto in latino e in greco... Ricercai allora la data di quelle decorazioni pittoriche, e nel classico libro degli archeologi, Padri Vincent e Abel sul Santuario deella Natività (paris, Gabalda, 1914) appresi ch’esse rimontavano alla seconda metà del sec. XII, cioè all’epoca di raul (Radulphus), vescovo di Betlemme di origine anglo-normanna, morto nel 1172, ossia una ventina d’anni dopo i grandiosi miracoli avvenuti per intercessione di S.Cataldo nella Cattedrale di Taranto, in occasione della ricordata traslazione in una apposita cappella corrispondente al vestibolo dell’attuale cappellone (1151). Mi ritrovavo dunque di nuovo davanti a un vescovo di sangue normanno. Ma questo non basta: mi risultò pure che gli artisti bizantini che avevano lavorato presso i re normanni di Sicilia alla Martorana e alla Cappella Palatina di Palermo ed al Duomo di Cefalù, mentre altri l’avevano introdotto a Monreale, a lecce, a Campagna, a Cava dei Tirreni, a Modena e in non poche altre città>>. TOMMASINI, in Bollettino del B.Egidio, cit. Anche l’affresco del Duomo di Taranto è di orgine bizantina e, press’a poco, della stesa epoca.

[18] Per la conoscenza dei miracoli operati dal santo al suo arrivo in Taranto cfr. I vari biografi citati a n. 1.

[19] La Cronotassi ufficiale dei Vescovi di Lecce ignora un S. Donato, quale primo vescovo di quella sede, anche perchè la cronotassi attendibile è di epoca molto posteriore.

[20] Cfr. TOMMASINI, S.Donato di Fiersole, in Santi Irlandesi, cit., pp. 319-330.

[21] BLANDAMURA, op.cit., p.35

[22] Per il diruto casale di Felline cfr. COCO, Il Santuario di S.Pietro in Bevagna, Taranto, 1915; COCO-PUTIGNANI, La Provincia del Jonio, Taranto, 1963. Cfr. anche, PUTIGNANI, E’ storicamente provato che S.Cataldo sbarcò fra Torre Ovo e S.Pietro in Bevagna, in <<Corriere del Giorno>>, 15-5-1964.

[23] Compendium annalium eccles. Regni Hiberniae, Romae, 1690.

[24] Saggi sull’antica Chiesa d’Irlanda, citato dal Blandamura. Cf. Anche, MORAN V., Ireland <<the Island of Saints>>, Australasian Catholic Record, ottobre 1909; DUNLOP R., Ireland from the earliest times to the present day, Oxford, 1922.

[25] Acta Sanctorum Hiberniae, Lovanii, 1645.

[26] PUTIGNANI A., Quando S. Cataldo fu vescovo di Taranto?, in <<Corriere del Giorno>>, 6-5-1964.

[27] Cfr. DE VINCENTIIS, Storia di Taranto, 1. 3, p. 36.

[28] O’ RIORDAN, The life of S. Cahal of Lismore, pp. 17-18.

[29] Cfr. TOMMASINI O., Diario della città di Roma di Stefano Infessura, Roma, 1890, p. 272; TONONI A.G., Note storiche e Rime politiche e morali tra gli atti di un notaio piacentino del secolo XV (Marco Antonio Gatti), in <<Strenna Piacentina>>, 1892.

[30] Cfr. DE VINCENTIIS, Storia di Taranto, 1, 3, pp. 29 ss. Ove è pubblicata la profezia. Anche altri scrittori regionali, come il Marciano, la pubblicano per intero.

[31] Il primo a dare notizia del rinvenimento del corpo di S.Cataldo fu il Diacono Berlingiero di Taranto. Di costui il De Vincentiis (Storia di Taranto, 1, 4, p. 57), scrive: <<Nacque in Taranto, e nel 1151 era un valoroso guerriero e dottissimo giurista. Ruggiero re di Sicilia conoscendo la sua dottrina lo chiamò in Palermo per tradurre una opera dal greco nel latino idioma. Si mosse ossequiente a qualla volta udito il real comando, ma assalito per via da gravissimo malore fu in pericolo di lasciarvi la vita. Egli porse fervide preci a S.Cataldo suo speciale protettore di cui era divotissimo, e venne prodigiosamente risanato (Cassinelli lib. 3, cap. 8, n.8). A rendimento di grazie scrisse la vita di Dragone Arcivescovo di Taranto, e con molta accuratezza l’invenzione del copro di S.Cataldo, e credesi essere stato il primo scrittore del Santo, perchè in quell’epoca precisa avvenne la detta invenzione>>. Quì in De Vincentiis confonde l’invenzione con la traslazione avvenuta nel 1151. Tutti gli storici da noi citati avanti trattano della invenzione del corpo di S.Cataldo, come delle successive ricognizioni e traslazioni. Cfr. anche: HOFMEISTER A., Der Sermo de inventione Sancti Kataldi, Muenchener Museum, IV, pp. 101-114.

[32] Il BLANDAMURA, (Il Duomo di Taranto, Taranto, 1923, p.188) dice Mons. Vignati, Vicario Apostolico, mentre in altra opera manoscritta, I Vicari Generali dell’Archidiocesi di Taranto, lo dice Vicario Generale di Mons. Lelio Brancaccio. Nella serie dei Vicari Generali di Taranto pubblicata dal Coco in L’Archidiocesi di Taranto, ecc. non lo si trova menzionato; mentre col titolo di Vicario Generale lo troviamo nel <<Libro delle Conclusioni e Deliberazioni Capitolari>>, in cui è riportata la bolla di Mons. Brancaccio (1597-1605), T. 2, n.2, fol. 7r.

 

 

ultimo aggiornamento 19/02/2017

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