Ambrogio Merodio
 

San Cataldo da Rachau

 

una raccolta di scritti sulla vita di San Cataldo, Vescovo Irlandese

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Testi sulla vita di San Cataldo:

Ambrogio Merodio - AD1681-82

Cataldo Antonio Cassinelli - AD 1718

Martin Shaw Briggs - AD 1913

Sac Andrea Martini - AD 1932

P. Adiuto Putignani - AD 1970

Alberto Carducci - AD 1997

Giuseppe Febbraro - AD 2002

Prof. Enzo Farinella - AD 2002

Silvano Trevisani - AD 2006

Guido Iorio - AD

Dr. Dagmar O'Riain - AD 2012

 

Ambrogio Merodio

Ambrogio Merodio nacque a Taranto agli inizi degli anni novanta del XVI secolo: infatti nel 1684, anno della sua morte, era piú che nonagenario. E proprio a Taranto egli maturó la propria vocazione eremitica entrando come novizio nel locale convento di S.Agostno, eretto nel 1402 al tempo del principato di Raimondo del Balzo Orsini. Presto diede prova del proprio valore in campo teologico e religioso, conseguendo il grado dottorale di 'Magister Sacrae Theologiae' e partecipando al Capitolo generale agostiniano a Roma nel 1614 con la qualifica di 'Discretus' della Provincia di Puglia. Prima del 1660 si trasferí a Cagliari dove assunse una posizione di rilievo sia nella cittá che nell'Ordine, diventando "dottore collegiale della Generale Universitá di Sardegna in Cagliari", nonché assumendo la carica di Definitore della Provincia agostiniana di Sardegna, in rappresentanza della quale prese parte al capitolo generale romano del 1661. Dopo il 1665 tornó a Taranto, dove divenne teologo del'ordinario diocesano, il cardinale genovese Lorenzo Raggi; negli anni seguenti si dedicó alla compilazione della sua Istoria Tarentina, completata fra il 1681 e il 1682. E nel 1682 il Merodio tenne l'orazione funebre in memoria dell'arcivescovo tarantino Tommaso Sarria, in occasione delle di lui esequie. Negli ultimi anni della sua vita, Merodio fu eletto Provinciale della Provincia agostiniana di Puglia.

 

(testo tratto da 'Istoria Tarentina' a cura di Cosimo Damiano Fonseca, Mandese Editore, 1998)

di seguito sono riportate le parti della 'Istoria Tarentina' dedicate a San Cataldo. Il testo é disponibile anche in formato pdf, seguendo i collegamenti in basso.

 

 

Ambrogio Merodio, Istoria Tarentina, Libro III, Capitolo VI

Si descrive succintamente la vita di san Cataldo secondo apostolo della città di Taranto

 

 

Dodici miglia lontano dalla città di Lesmoria nell’isola d’Ibernia si vede un monte di non mediocre grandezza, chiamato dai paesani Mons Fabae, nella cima del quale vi è il castello (che fu nei tempi antichi città) Racanh o Ratanh, patria di san Cataldo. Nacque egli da genitori cristiani, suo padre si chiamò Eucho Sambriach e sua madre Aclena o Catilena Milar. La sua nascita fu preceduta da un prodigio di luce grandissima, stando per partorire la madre, comparsa sopra il tetto della sua casa: segno evidentissimo di gran lume e dottrina, con cui aveva da illuminare il Cristianesimo quel santo che nasceva.  Viveva allora in Racanh un uomo molto divoto e santo chiamato in lingua ibernese Dico, e nella nostra italiana Dionisio, che dotato da Dio dello spirito di profezia, vedendo quella luce prodigiosa, andò di gran passo alla casa di Aclena e, trovatala chiusa, cercò l’entrata che non poté avere, perchè Aclena, trovandosi con i dolori del parto, non potè aprirgli la porta. Per lo che Dionisio dalla strada profetizando le disse: <<Sta di buon cuore o buona donna, perchè tu partorirai un bambino prodigioso, che nella sua vita sarà il propugnacolo della vera fede, l’onore de’ suoi genitori e della sua patria e maestro delle forestiere nazioni>>. Fu Dico monaco del monastero saballense e discepolo di san Patrizio, come scrive il Galgano. Venne alla luce il santo e nel medesimo tempo entrò nelle tenebre della morte Aclena per i dolori del parto. Nell’uscire che fece il bambino dall’utero materno (come scrive Pietro de Natalibus lib.4, c.144) diede col suo tenero capo sopra un durissimo marmo, che, liquefattosi qual molle cera, ricevette del santo capo l’impronta. Si rizzò in piedi il santo bambino Cataldo, ed abbracciando la madre estinta, con un bacio fè tornare su quel freddo cadavere l’anima fuggitiva, emulo del Creatore, che con un soffio introdusse in un corpo di fango lo spirito vivente.

Cresceva il fanciullo non meno negli anni che nella dottrina e pietà cristiana, e si avanzò tanto nelle lettere sotto l’educazione di san Patrizio apostolo dell’Ibernia, che in breve tempo non solo fu perfettissimo maestro delle genti della sua nazione in Lesmoria, ma anco dei Francesi, Inglesi, Scozzesi e Teutonici. Fatto poi adulto, conoscendo san Patrizio l’utile grande che avrebbe arrecato al Cristianesimo, lo arrollò nel numero degli altri ecclesiastici, che aveva già introdotto in quell’isola il santo apostolo, quali erano tutti della professione agostiniana o eremitana o canonicale, come eruditissimamente dimostra il padre maestro Luigi Torelli nei suoi Secoli Agostiniani con l’autorità di Focellino che dice: <<Omnes ergo mares monachos, foeminas, sanctimoniales efficiens, numerosa monasteria edificavit; decimamque portionem terrarum, ac pecudum eorum sustentationi assignavit. Nulla eremus, nullus pene terrae angulus in insula tam remotus, qui perfectis monachis, et monialibus non repleretur>>; poichè l’eremitano san Patrizio (come dicono lo stesso Focellino ed altri), decimando li novelli cattolici dell’uno e dell’altro sesso, li fece religiosi, che però bisogna dire che san Cataldo fosse della professione del suo maestro. Giunto in età perfetta Cataldo fu dal detto san Patrizio ordinato sacerdote, onde, posto all’altezza della dignità sacerdotale, cominciò ad illuminare con la dottrina e con l’esempio della santità la cattolica Chiesa. Dimorava il santo in Lesmoria, dove, ardendo il divoto affetto verso la gran madre di Dio incarnato, esortò quel popolo a fabbricare una chiesa in onore di quella Immacolata Signora. E mentre con cristiano fervore attendeva a quell’opera santa, nella quale egli era il primo, avvenne che un giovane, mentre fatigava nelle fondamenta, oppresso dalla terra e pietre, che gli caddero sopra, rimase miseramente prima seppellito che morto; e cavato fuora il cadavere ebbe ricorso l’afflitto padre al sasso segnato dal capo del santo, come sopra si è scritto, che, posto a cielo scoperto quando pioveva, si empiva d’acqua, era rimedio presentaneo ad ogni male benchè disperato; ma fu vana la diligenza, perchè, ritrovatolo asciutto, vide secca la speranza di avere vivo il figlio. Che però ebbe ricorso al santo, per i di cui meriti era prodigiosa quella pietra, e, portatogli davanti l’estinto figlio, s’impietosì Cataldo a quella vista; e, pigliandolo per la mano, con l’orazione lo restituì vivo al padre. Non passò molto che il figlio d’un nobile, perduta la luce di questa vita, aveva spento il contento de’ suoi genitori. Il padre, confidato alla santità di Cataldo, portò alla presenza di quello il cadavere del morto suo figlio, pregandolo che gli restituisse la vita. Ricusò Cataldo col dire che la risurrezione de’ morti sia solo effetto dell’onnipotenza divina, onde, se lo bramava vivo, a Dio e non già agli uomini doveva ricorrere. Frattanto attendeva egli con le proprie mani a cavare i fondamenti di detta chiesa, ed a caso un poco di quella terra toccò il cadavere, quale, come se fusse tocco dalle mani vivificanti di Dio, ricevé all’istante la vita. Si chiamò poi col tempo detta chiesa di S.Cataldo, dentro la quale vi era una cappella ed altare dedicati a Maria Santissima Vergine fattavi dipingere dal santo col nome di Madonna Grande.

Non mancò l’inferno d’intorbidare un’opera così buona, mentre, pervenuta la nuova al re, alterò la mente del duca di Melotride, che persuase il re, attribuendo detti prodigiosi miracoli a diabolici incanti, non mancando nelle corti questa peste di pessimi consiglieri. Il re malvagio, dando orecchio a quel duca peggiore, si trasferì di persona a Lesmoria, dove, fatto carcerare il santo, determinò dargli lo sfratto dall’isola il giorno seguente. Ma pigliando Iddio la difesa di quella causa, la notte dormendo il re, gl’inviò due angeli, quali con volti spaventevoli e con le spade nude lo minacciavano che, se non avesse lasciato libero Cataldo, gli avrebbero tolta con la vita il regno e, se bramava il perdono da Dio, dovesse dare al santo la Ducfhea Melotride o Meltride, essendo morto quel duca la medesima notte con morte repentina in pena della sua perfidia e del maligno consiglio che gli aveva dato. Atterrito si svegliò il re e, raccontando il sogno alla regina sua moglie, gli venne nell’istesso tempo un messo che gli portava l’avviso della morte del duca. Accertato il re dell’avviso divino, subito comandò che fosse liberato Cataldo e condotto alla sua presenza; con abbondanza di lacrime gli cercò perdono, pregandolo istantemente che accettasse il ducato di Melotride e il vescovado di Racanh. Fatto vescovo, con quanta vigilanza attendesse alla cura della greggia, commessagli da Dio, se lo può immaginare chi sa formarsi nell’animo una perfettissima idea di un santo ed incorrotto prelato. Egli, vedendo che la sua Chiesa per le rendite di detta Duchea divenuta ricchissima ed essere troppo vasta la diocesi, fondò in quella provincia (allora detta di Catando, ed ora Casilense) dodici vescovi, eriggendo la sua in arcivescovile. Dando ammaestramento ai prelati che le rendite ecclesiastiche non devono in altro uso applicarsi che in beneficio della medesima Chiesa, cosa da fare arrosire molti vescovi che, avendo rendite sufficientissime e soprabbondanti per mantenimento della loro famiglia, chiesa e poveri, si predicavano mendici, per non sovvenire ai bisognosi; non avendo altro dell’apostolato di Cristo che l’essere compagni di Giuda, di cui si dice che <<fur erat, et loculos habetat>>.

Avendo il santo arcivescovo governato molto tempo la sua Chiesa e ridotto a perfezionare l’opera cominciata dall’apostolo ibernese san Patrizio, suo maestro, di ridurre alla cattolica fede quegl’isolani e, rassettate le cose della sua metropoli, spinto dalla divozione, vestitosi in abito di pellegrino il dì ventotto del mese di novembre partì dall’Ibernia (nel qual giorno gl’Ibernesi celebrano la festività del santo, poichè in quel giorno possono dire che morì per loro, perchè mai più lo videro) e andò in Gerusalemme per visitare i santi luoghi dove il Salvatore operò la salute del mondo.

Pensava il santo di non più tornare all’Ibernia, ma a guisa del suo maestro, che nella sua vecchiaia, avendo lasciato il vescovado, si ritirò a vivere con i suoi eremiti, così Cataldo desiderava menar vita eremitica in quei fortunati paesi santificati dal Verbo fatto uomo e crocifisso. Ma perché fin dall’eternità era stato destinato da Dio per ristauratore della fede apostolica fondata in Taranto dal suo vicario san Pietro, gli comparve il medesimo Redentore e gli disse: <<Cataldo vanne in Taranto, dove la mia fede predicata dal mio proto-apostolo sta in  pericolo di perdersi affatto: perciò ti costituisco pastore di quei popoli, che senza guida si trovano. Alla tua cura raccomando la chiesa tarantina. Vade Tarentum. Va sicuro in Taranto, perché al tuo arrivo l’idolatria ripullulata in quel paese svelta per tua opera vedrassi>>. Oh quanto son diversi i giudizi di Dio da quelli degli uomini! Pensava il santo vivere il restante della sua vita a se stesso, quando che Dio lo aveva destinato per arcivescovo di Taranto ed a vivere per la salute dei Tarantini.

Ubbidiente il santo al divino comandamento, in una nave, che verso l’Italia partivasi, imbarcossi. Ma non erasi troppo dilungato il viaggio, che su assalito da una fiera tempesta, predetta poco prima dal santo, senza che ne apparisse segno veruno nell’aere. Non poteva ordinariamente essere causata quella burrasca, ma suscitata da Dio per manifestare a quei marinai la sua gloria nei meriti di san Cataldo. Mentre i marinai assaliti dal timore della morte, che li sovrastava, attendevano al governo della nave, la gagliardia del vento ruppe un’antenna e salendo sull’albero un giovane robusto per rimediare a quel danno, fu gittato abbasso dalla furia del vento; e fu tale la caduta che fracassataglisi le ossa, spirò l’anima con spavento e dolore di tutti; onde impalliditi per la morte vicina, che si vedevano avanti agli occhi, portata a volo dalla protervia dell’onde, vedendo verificata la profezia di san Cataldo circa la detta tempesta, se gli buttarono ai piedi e con le lacrime agli occhi gli dissero: <<Servo di Dio, tu che pieno di Spirito divino questa presente calamità ci presagisti, con le tue preghiere liberaci da questo pericolo>>. Ricorse Cataldo all’aiuto dell’orazione e, come viceregente della potenza miracolosa di Cristo, fu ubbidito dal vento e dal mare, cessando quello e tranquillizzandosi questo; e non cessò di orare, se prima non vide risuscitato l’estinto e stretolato marinaro.

I Leccesi tengono per indubitato che san Cataldo sbarcasse nel loro porto, dove si vede un’antichissima chiesa, nella quale dicono che il santo avesse dimorato e celebrato la messa. Non è vero però quel che scrisse l’Infantino, nella sua Lecce Sacra, che san Cataldo avesse dimorato in quel luogo per lo spazio di quattrodici anni continui e menando in quel luogo vita eremitica con grandissima fama di santità; e che, essendo morto il vescovo di Taranto, ad intercessione dei Leccesi fu fatto pastore della Chiesa tarentina; e ciò scrisse l’Infantino tirato per naso dai manoscritti del Ferrari, quali vanno oggi per le mani di molti. Ma questi non lessero il vero Galateo (dal quale dicono avere ciò copiato) perché non si sarebbero appartati dai buoni istoriografi, che scrivono la vita del santo, come anco dell’Ufficio, che recita la Chiesa tarantina nel giorno di detto santo, in cui nella seconda e terza lezione del Secondo Notturno si racconta la visione e comandamento che ebbe san Cataldo da Cristo in Gerusalemme di vivere in Taranto. Or come vogliono, dunque, che il santo fosse stato  così negligente nell’eseguire il divino comando, trovandosi così vicino alla città, alla quale era stato inviato da Cristo? Ed invero non posso immaginarmi essere del detto Ferrari quei scritti che sotto suo nome vanno a torno, mentre contengono più bugie che caratteri. Fra le altre cose, che in quelle si leggono, vi è la seguente che san Cataldo e Donateo suo fratello furono cittadini leccesi e vissero da eremiti nel loro porto, fino a tanto che san Cataldo fu fatto arcivescovo di Taranto e Donateo vescovo di Lecce.  Può considerare il lettore se dalla dottissima penna del Ferrari potevano scriversi queste e altre vanità manifeste, sapendosi dai scrittori antichi e moderni che san Cataldo nacque nell’Ibernia, come si è scritto. Circa gli scritti del Galateo testifica il padre Angiullo essergli capitato nelle mani uno squarcio solo di quelli, in cui si leggeva che san Cataldo non dimorò più di quattordici giorni in detto porto. Benché ciò non si verifica nella leggenda antichissima del santo, nella quale si dice che egli sbarcò in Otranto e non già nel porto di Lecce. Il Giovane scrive che nel suo tempo, quando non erano viziati i scritti del Ferrari, in quelli si leggeva che san Cataldo venne con Donateo suo fratello, che fu il primo vescovo di Lupia, e scrive l’erudito Marciani che da Donateo fino all’anno millecinquantasette non si trova memoria nel Ferrari chi fosse stato vescovo di detta città: le quali cose non si leggono nelle copie presenti, non comparendo l’originale.

Per ritornare dunque alla vita di san Cataldo, questo, dopo d’essere sbarcato al lido, pigliò il cammino verso Taranto con Donateo suo fratello, e nel territorio di Fellino (ora Terra distrutta) vicino l’antica Manduria, s’incontrò con una giovinetta che guardava alcune pecorelle, a cui parlando il santo non ebbe da quella risposta, perché era sorda e muta. Del che accortosi san Cataldo con voce imperiosa le disse: <<Io ti comando nel nome del mio Signore Gesù Cristo, che, senza dimora alcuna, tu mi abbi a rispondere>>. Ed all’istante ricevettero la favella la lingua e l’udito l’orecchio della pastorella, che lo condusse in sua casa a Fellino, dove da quelle genti fu ricevuto come angelo disceso dal cielo, alle quali avendo predicata la fede evangelica, tolse con l’acqua del santo battesimo le macchie del peccato dell’animo.

Arrivato in Taranto, il santo trovò nella porta della città un cieco nato, che in quel luogo stava cercando l’elemosina ai passeggieri, a cui accostatosi gli disse: <<Dimmi fratello qual religione professano i cittadini di questa famosa città?>>. Rispose il cieco: <<I nostri antenati furono buoni e perfetti cristiani, ma ora in questa città pochi son quelli che adorano il Crocifisso Nazareno>>. <<E tu - soggiunse S. Cataldo – sei cristiano o pagano?>>. <<Volesse Iddio - disse il cieco – che io avessi avuto persona che mi avesse insegnato le cristiane dottrine, essendo che molto tempo fa che Taranto si trova senza pastore che l’insegnasse il culto del vero Dio>>. <<Allora - gli disse il santo – se tu di vero cuore crederai in Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, e nella santissima ed individua Trinità Padre, Figlio e Spirito Santo, ed in detto nome vorrai essere battezzato, ti assicuro che riceverai la luce degli occhi e della mente>>. Rispose il cieco: <<Credo, o Signore, quanto mi dite>> e pigliando l’acqua il santo lo battezzò e subito il cieco ricevé la luce degli occhi, onde allegro e stupefatto cominciò a gridare: <<Venite, correte, cittadini e mirate quest’uomo, che battezzandomi  mi ha dato la vista>>. Corre il popolo alla fama di questo prodigio e gridavano tutti: <<Miracolo, miracolo; niente mai si è inteso che il cieco nato ricuperi il vedere>>.

Vedendo il santo radunato il popolo, comiciò a predicar l’evangelo e fu tanto il profitto che fece, che senza contradizione alcuna tutti abbracciarono la santa fede di Cristo. Si sparse la fama de’ miracoli e santità del nuovo prelato di Taranto per le città e ville convicine, gli abitatori delle quali venivano in detta città per sentire le sue sante parole e ricevere col battesimo la vera fede, come si legge nella seconda lezione del Secondo Notturno dell’Officio di detto santo: <<Et cum multitudo hominum in dies ex finitimis civitatibus Tarentum et Sanctum Cataldum veniret, eius doctrina et miraculis permoti plurimi baptismi sacramentum recuperunt>>. Tra i quali vennero i Lupiensi ed ottennero dal santo per loro vescovo Donateo suo fratello per istruirli e confirmarli nella fede.

Non cessò il santo in Taranto di esercitare tutte le parti di un buon pastore diroccando i tempi profani, eriggendone altri ad onore di Gesù Cristo e della sua madre Maria vergine m(adre), come fece del tempio di Venere, quale espurgato dall’empietà del gentilesimo, eresse in cattedrale, dove fece adorare la Madre del vero amore, facendola dipingere nel muro, qual immagine fino a’ nostri tempi si vede e con continuata divozione si riverisce dal popolo tarantino. Ordinò sacerdoti ed altri ministri ecclesiastici, così in Taranto come negli altri luoghi della sua metropoli. Ebbe in grado eroico tutte le virtù cristiane, come anco il dono della profezia, depositando egli un suo vaticinio poco prima del suo felicissimo transito nella chiesa di S.Pietro della Porta, come a suo luogo si dirà. Quanto tempo egli vivesse in Taranto non si sa; leggesi però nella sua Vita che, avendo governato molto tempo la Chiesa tarentina, infermatosi gravemente, si fece chiamare il clero e cittadini, conoscendo che era arrivato il tempo di lasciare questo mondo e di andare a godere la patria de’ beati, disse loro come egli non era venuto a caso in Taranto, ma che vi era stato mandato dal Redentore per ravvivare ne’ loro petti la fede predicata loro da san Pietro e da san Marco: li esortò alla osservazione de’ precetti divini ed alla costanza della fede. Predisse che dopo la sua morte avevano a suscitarsi molte eresie e che dagli eretici doveva essere travagliata la sua Chiesa. Ordinò che il suo corpo fosse seppellito nella cappella di S. Giovanni in Galilea dentro la sua chiesa arcivescovile e, reso lo spirito a Dio nell’ottavo giorno di marzo, fu il suo corpo portato con pompa divota alla chiesa concorrendo divotamente il popolo; e toccando quel sacro deposito gl’infermi ricevevano la bramata salute. Fu seppellito nel luogo designato in un’arca di marmo, non cessando sua divina maestà, per i meriti di questo gloriosissimo santo, di continuare sino a’ nostri tempi i miracoli.

Circa la compagnia con la quale venne san Cataldo nei paesi salentini, alcuni sono di parere che venisse con Donateo suo fratello, san Leucio vescovo di Brindisi e san Barsanofrio abate, il di cui corpo si riverisce nella città di Oria. Ma in quanto a san Leucio sono di contrario parere i Brindisini e Leccesi, perché dagli Atti del Santo, che sono in Brindisi, non si può avere la verità; stante che testifica il Baronio (Die l 7 Martii) nelle Annotazioni del Martirologio Romano di detti anni, dicendo: <<Legimus eius acta, ab eadem Ecclesia recepta, erroribus quidem scatentia ob maximam tum in personis, tum etiam in tempore discrepantia>>, come anco ho scritto nel capitolo antecedente.

Di san Barsanofrio tengono per certo gli Oritani che il santo non venisse vivo in detta città, ma che il suo corpo morto vi fusse stato portato miracolosamente dalla Palestina, dove aveva menata vita solitaria. Venne dunque san Cataldo con Donateo in Taranto, quale i Leccesi chiamano anco Donato e santo, e tengono per certo che in molti luoghi e casali chiamati con il nome di S.Donato abbiano avuto il nome per la loro divozione verso detto santo loro vescovo.

Ambrogio Merodio, Istoria Tarentina, Libro III, Capitolo XIII

Nella chiesa arcivescovile di Taranto si trova il corpo di san Cataldo

 

Nel medesimo anno (1071) era arcivescovo di Taranto Drogone, che si trovò presente alla consecrazione della chiesa di Monte Casino fatta da papa Alessandro II, coll’assistenza di molti arcivescovi, vescovi, cardinali e principi, come si legge nella Cronica dell’Anonimo Cassinese data in luce dal padre Antonio Caracciolo. L’Albanese, però, per ingrandire la sua Chiesa oritana con la depressione delle altre, dice che nella bolla di detta consecrazione l’arcivescovo tarantino è nominato vescovo e l’oritano arcivescovo: lo che è lontanissimo dal vero, perchè in detta bolla si legge sottoscritto arcivescovo di Taranto Drogone dopo Bisanzio arcivescovo di Trani; né l’arcivescovo oritano, o per dir meglio di Brindisi, fu presente, né si sottoscrisse a detta bolla; e la detta Cronica cassinese sta in mio potere. Ebbe fortuna Drogone di trovare il preziosissimo tesoro del corpo di san Cataldo, coll’occasione che vedendo che la sua chiesa tanto per l’antichità, quanto per la poca cura avuta di quella nei tempi delle afflizioni passate sotto dei Greci e Saraceni, minacciava rovina, deliberò farla di nuovo. Essendo dunque per detto effetto buttata a terra la chiesa antica, mentre si cavavano i fondamenti della nuova, avvenne che un muratore scoprì un sepolcro di marmo, da cui usciva un soavissimo odore. Dal che chiaramente si conobbe essere quello il nascosto tesoro delle sacre reliquie di san Cataldo, poste in quel luogo dai Tarantini, acciò non fossero oltraggiate dagl’infedeli. Del che essendo avvisato l’arcivescovo Drogone, convocato il clero ed il popolo, venne al detto luogo e con le proprie mani aprì la sacra tomba. Furono gli astanti aspersi e ripieni di meravigliosa fragranza e di celeste consolazione, scorgendosi delle preziose reliquie più lucide dell’avorio antico, sopra delle quali si trova una crocetta di oro, in cui stava scolpito il nome del Santo con le lettere seguenti: <<Cataldus Racauh>>; qual crocetta fin ora si conserva dentro un’altra croce di argento, continuando in quella sua divina maestà, con la sola applicazione agl’infermi, le grazie. Grande fu il giubilo e l’allegrezza dei Tarentini nell’invenzione di quel sacro deposito, dando grazie a Dio benedetto per così segnalato favore in tempo della quiete della chiesa. Drogone raccogliendo quelle ossa benedette, fatta cavare da quel luogo la tomba, la rimise con le dette reliquie in luogo più decente, rinnovandosi gli antichi miracoli operati in vita dal santo a pro’ dei cittadini e popoli convicini, che vennero in Taranto all’avviso di detta invenzione, che succedette ai dieci del mese di maggio, celebrandosi ogni anno la festività in detto giorno con gran concorso di gente forestiera, per le continue grazie, che ricevono da Dio per i meriti di detto santo. E si propagò in maniera tale la divozione verso san Cataldo, che molte città dell’Italia l’hanno eretti tempi, pigliandolo per loro protettore, particolarmente contro la peste.

Riuscì di tutta perfezione la fabbrica di detta chiesa, fatta a tre navi, sostentata dalle colonne in marmo, quali Drogone pigliò da diversi tempi disfatti dell’antica gentilità, il che appare essere così, perchè dette colonne e capitelli non sono uniformi. Dopo Drogone si trova essere arcivescovo di Taranto Alberto, di cui nell’archivio dell’arcivescovado dall’anno millesettantadue fino all’anno 1084, che fece la seguente donazione al suo clero: <<Concessio facta per dominum Albertum archiepiscopum Tarantinum anno duodecimo sui presulatus, videntem suos clericos digne et laudabiliter. Ecclesiastico servitio pro salute vivorum atque mortuorum intentos. Idem Albertus archiepiscopus concessit eisdem pro utile eorum medietatem omnium decimarum, quas habet et habitura est Sancta Maria medietatem haberent, excetis iis, quae pro fabrica et vitrea fenestra sublata essent, cum comminatione anathematis contra inobedientes, et obedientibus benedictionem. Quam concessiam scribere fecit per Michaelem praesbyterum eius notarium, eiusque subsciptione et sigillo plumbeo>>. Così sta notata detta donazione nell’inventario autentico delle scritture di detto clero, fatto per ordine di monsignor Brancaccio arcivescovo.

Ambrogio Merodio - parte I^ - Istoria Tarentina, Libro III, Capitolo VI - Si descrive succintamente la vita di san Cataldo secondo apostolo della città di Taranto

Ambrogio Merodio - parte II^ - Istoria Tarentina, Libro III, Capitolo XIII - Nella chiesa arcivescovile di Taranto si trova il corpo di san Cataldo

 

ultimo aggiornamento 19/02/2017

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