Martini - parte III^
 

San Cataldo da Rachau

 

una raccolta di scritti sulla vita di San Cataldo, Vescovo Irlandese

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Testi sulla vita di San Cataldo:

Ambrogio Merodio - AD1681-82

Cataldo Antonio Cassinelli - AD 1718

Martin Shaw Briggs - AD 1913

Sac Andrea Martini - AD 1932

P. Adiuto Putignani - AD 1970

Alberto Carducci - AD 1997

Giuseppe Febbraro - AD 2002

Prof. Enzo Farinella - AD 2002

Silvano Trevisani - AD 2006

Guido Iorio - AD

Dr. Dagmar O'Riain - AD 2012

 

 

VITA DI S.CATALDO

Vescovo e Protettore di Taranto

 del Sac. Prof. Andrea Martini

Parte III^

DROGONE E IL RITROVAMENTO DEL CORPO DI S.CATALDO

TRASLAZIONE DELLE RELIQUIE

LA STATUA D’ARGENTO

PATROCINIO

MIRACOLI DI S. CATALDO

CULTO A S. CATALDO FUORI DI TARANTO 

 

DROGONE E IL RITROVAMENTO DEL CORPO DI S.CATALDO

Dopo la battaglia di Melfi fra Greci e Normanni, la Chiesa di Taranto,  per la uccisione di Stefano 1° come s’è detto più su, era rimasta di nuovo senza Pastore. La lotta intanto tra Greci e Normanni continuava accanita. Questi ultimi meditavano d’invadere da più parti i domini greci marciando alcuni sotto il comando del Conte Pietro, altri sotto il comando del Conte Drogone. D’altra parte Leone IX, fin da quando si chiamava semplicemente Brunone, guardava di buon occhio, come ogni altro Vescovo latino, questa lotta e favoriva i Normanni  contro i Greci, anche perchè il Patriarca di Costantinopoli, Michele Cellulario, capital nemico deella Chiesa di Roma, mentre lanciava scomuniche contro i Latini e contro il medesimo Sommo Pontefice, sollecitava segretamente l’Arcivescovo di Trani a ribellarsi a Roma e a trovar, fra gli altri Vescovi Pugliesi quelli che lo seguissero.

I Normanni per avere anche in Taranto una base spirituale, diciamo così, di prim’ordine, si adoperarono perchè alla sede Arcivescovile di questa città venisse designato un loro aderente. Vi fu infatti nominato appunto un normanno di nome Drogone nel 1050, quando Leone IX, per rialzare la disciplina del Clero e per affermare la supremazia di Roma e l’indipendenza del Papato da ogni influenza imperiale, orientale od occidentale che fosse, teneva vari concili a Roma, a Siponto, a Firenze, a Padova, a Vercelli.

Primo pensiero di Drogone fu quello di restaurare ed abbellire la città. Le numerose chiese che esistevano a Taranto erano state abbattute e profanate dai Saraceni, o abbandonate dai Greci eresiarchi. La Cattedrale in special modo era collabente, come si esprimono i cronisti locali del 1300 e gli scrittori del 1600. Drogone la fece abbattere, e volle che ne venisse edificata un’altra più grande nel medesimo posto.

Molti operai erano intenti al lavoro. Nello scavare le fondamenta del nuovo tempio, ecco che si trovano alla presenza d’un sepolcro di marmo, da cui esalava una soavissima fragranza. Giustamente meravigliati della cosa, gli operai sospendono il lavoro, e uno di essi va a darne avviso all’Arcivescovo. Trattandosi di un fatto insolito, straordinario, che avveniva proprio nello scavare le fondamenta della nuova Chiesa, il Santo Prelato si reca sul luogo, accompagnato dal Clero e dal popolo; fa rimuovere con accuratezza la terra che avvolgeva l’urna marmorea; fa aprire detta  urna, mentre il profumo continuava a farsi sentire, quasi a dimostrare che un grande avvenimento si preparava. Si apre delicatamente l’urna; e che si vede?

Avvolte in abiti Pontificali, non del tuto consunti dal tempo e dal’umidità, le Sacre e Venerate spoglie di un Santo Vescovo certamente. Ma di quale Vescovo? Si vede sul petto luccicare qualche cosa: è una piccola croce benedizionale di oro, su cui vi è inciso con caratteri latini un nome: Cataldus. Fu allora in tutti una espolsione di gioia. Dunque quella era la tomba del Vescovo Apostolo di Taranto, di cui rimanevano bensì le tradizioni e il culto, ma s’ignorava il luogo preciso dove era stato sepolto! Quello era il corpo, quelle erano le spoglie sante, di colui che venuto dall’Irlanda aveva evangelizzato Taranto? Ai piedi eravi una tavola a forma di libro o di messale, ricoperto da una lamina d’argento, su cui era incisa l’immagine del Salvatore in mezzo ai suoi Apostoli. Probabilmente all’interno doveva essere vuoto, perchè asicurano gli scrittori di quei tempi, che, picchiandovi su, mandasse come un suono. Essa si conservò tra i preziosi cimelii del Santo, sino al secolo XVI. Ma poi dopo che la Cattedrale s’incendiò, nella notte di Natale del 1635, non se ne ebbe più memoria. Assicurano pure che per quanti sforzi, quando fu trovato e anche in appresso, si fossero fatti, anche con scalpelli, non fu possibile aprirla e vederne il contenuto. Furono trovati anche due anelli di oro; in uno di essi vi era incastonata una pietra di porfido e nell’altra di topazio. Ciò accadde il 10 maggio 1051.

L’Arcivescovo Drogone allora ordina una solenna processione con il Clero, col popolo giubilante. Innumerevoli prodigi accaddero in occasione del rinvenimento del sepolcro e delle spoglie di S.Cataldo, quasi Dio volesse confermare coi miracoli la realtà della cosa.

L’Arcivescovo, con pompa solenne e con grande reverenza, collocò il sarcofago con le reliquie in una cappellina provvisoria accanto alla erigenda Cattedrale.

Come si sparse la notizia del rinvenimento del corpo di S.Cataldo, ci fu da ogni parte della città e luoghi circonvicini un accorrere di fedeli, i quali genuflessi intorno al sacro sarcofago, piangenti, imploravano grazie. E molti prodigi il Santo operò per Divina degnazione. Dei molti, ne riportiamo qui solo alcuni quali vengono narrati dal Berlingero, dal Morone, dal Costanzi e altri.

Una donna, per paralisi, non aveva più l’uso delle braccia. Genuflessa, poggiando le braccia sull’urna del Santo, riacquista istantaneamente la sanità.

Un giovane privo dell’uso delle membra per lunga infermità, posto che fu dal padre sul sepolcro di San Cataldo, alla presenza di tutti guarì immediatamente.

Una donna sorda e muta, implorata ed ottenuta la grazia, predica il mkiracolo di S.Cataldo.

Un signore, travagliato da piaghe purulenti, dopo aver esperimentato inutilmente tutti i mezzi che la scienza offriva in quei tempi, come tocca il sepolcro del Santo, riacquista la sanità.

Ma chi potrebbe narrare tutti i fatti meravigliosi accaduti in quella circostanza?

Questi avvenimenti fecero sì che si portassero presto a compimento i lavori della nuova Cattedrale, nell’istesso sito ove è l’attuale. L’Arcivescovo raccolte le Sacre Reliquie, e tolto dalla cappella provvisoria il sepolcro marmoreo, lo fece collocare sotto l’Altare Maggiore, ove con grande reverenza e divozione vennero rinchiuse le ossa del Santo.

Nella crocetta che ora conservasi in un ricco reliquario, vi sono due iscrizioni: una rimonta all’epoca stessa di S. Cataldo, ed è quella in cui è scritto Cataldus; l’altra, dalla faccia opposta, è quella che osservasi ora, e che fu incisa evidentemente all’epoca del ritrovamento per precisare anche la patria del Santo; e le parole son queste: Cataldus Ra cau. L’Arcivescovo Mons. Blandamura, che con intelletto d’amoere si occupò del Duomo di Taranto in pregevoli pubblicazioni, a tagliar corto, si rivolse nel 1915 allo illustre paleografo Mons. Cosimo Stornaiolo,  e costui in un pregiato studio apparso nel Nuovo Bollettino di Archeologia Cristiana, venne a queste conclusioni:

1)    che debba leggersi Cataldus Racau;

2)    che Cataldus appartiene all’epoca stessa in cui visse e morì S.Cataldo;

3)    che la sillaba Ra fu aggiunta da altra mano, da altro incisore nel tempo dell’invenzione;

4)    che la sillaba Cau, fu aggiunta a completar e render inequivocabile la parola, e fu aggiunta nel tempo nella seconda traslazione nel sec. XII

 La chiesetta di S.Giovanni in Galilea fu in seguito incorporata  nelle fabbriche del tempio, quando questo fu ingrandito.

Nel 1929, ad iniziativa di Mons. Blandamura, fu murata nel Duomo, presso il Battistero, una lapide commemorativa che riporta il testo della narrazione di Berlingero, scrittore quasi contemporaneo degli avvenimenti.

TRASLAZIONE DELLE RELIQUIE

Boemondo Principe di Taranto, l’eroe immortalato da Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata, devotissimo di S.Cataldo, fu molto generoso verso il nostro Duomo, come verso le altre chiese di Taranto. Egli, a differenza di quanto sogliono fare i ricchi signori dei nostri giorni, i quali spendono e spandono in sports, in feste da ballo, in giouchi, donò all’Arcivescovo Rainaldo la decima parte dei suoi beni. L’Arcivescovo allora pensò di abbellire il Duomo e contemporaneamente con gran solennità e con gran pompa fece togliere il sarcofago di S.Cataldo dall’altare in cui era stato collocato ai tempi di Drogone, e lo fece mettere ai piedi dell’Altare Maggiore. Questa traslazione avvenne nel 1107.

Il successore di Rainaldo, l’Arcivescovo Giraldo I, continuò gli abbellimenti iniziati dal predecessore, fece costruire appositamente una Cappella per Santo, ed adornò la Chiesa di un magnifico pavimento a mosaico. Volendo rendere più luminoso il culto del Santo, fece costruire un’urna d’argento finamente cesellata e sormontata da una Croce d’oro. A un lato dell’urna erano artisticamente riprodotte le immagini del Salvatore, della Vergine, dei dodici Apostoli; all’altro lato vi furono incise queste parole: Cataldus famulus Christi Episcopus Tarentinus. Digiuni e preghiere precedettero il dì fissato per la traslazione: l’Arcivescovo aveva invitato a intervenirvi i Vescovi suffraganei per dare maggiore solennità all’avvenimento. La mattina del 10 maggio 1151, forse per commemorare il centenario della Invenzione, i Vescovi, il Clero ed il popolo erano adunati devotamente nella Cattedrale. L’Arcivescovo aprì il sarcofago, ne estrasse le sacre reliquie, e le rinchiuse nell’urna d’argento. Dentro, insieme con le ossa, vi pose un altro reliquiario contenente un pezzettino del legno della Croce incastonata in oro e gemme preziose.

Vari miracoli accompagnarono questa ricognizione delle sacre ceneri e terza traslazione; e secondo che riferisce Cassinelli (Libro 3, cap. 3.) si rinnovò lo stesso fenomeno della fragranza che avvenne nel 1051, quando fu ritrovato il corpo.

Una Monaca di Gallipoli, cieca, postasi in nave per recarsi a visitare la Chiesa di S. Cataldo a Taranto, onde ottenere la vista, la riacquista prima di giungervi.

Un uomo condusse una sua figliuola paralizzata nelle gambe e nei piedi alla Chiesa di S.Cataldo per ottenere la grazia; ma trattenutosi per quattro giorni invano, perduta ogni speranza, si disponeva a partirsene. Pose intanto la figlia davanti alla porta della Chiesa mentre accomodava le robe sue sul carretto con cui era venuto; ma voltatosi, non trovò più la figliuola; entrato poi in Chiesa, la trova guarita, in atto di ringraziare il Santo.

Una donna di Oria per una gravissima malattia agli occhi era divenuta cieca. Informata delle grazie che spargeva S. Cataldo a coloro che con grande fiducia lo invocavano, si nfece condurre a Taranto, dinanzi all’altare dei Santo. Lì con lagrime e singhiozzi invocava dal Santo la grazia. Dopo aver pregato alquanto, sentì dapprima come un legger colpo sulla testa; subito dopo sentì come se una caligine cadesse dagli occhi, e ricevè la vista fra il giubilo e la meraviglia di tutti. Essa, lieta e riconoscente della grazia ricevuta, fece ritorno ad Oria predicando le glorie di Cataldo

LA STATUA D’ARGENTO

Sino al sec. XIV Taranto non aveva ancora una statua che raffigurasse il suo Santo Protettore. Solo nel soccorpo del Duomo, che era ornato di bellissimi affreschi, eravi un trittico, tuttora visibile, il quale , benchè alquanto danneggiato dall’umidità, rappresenta la Vergine, avente a destra S.Cataldo, un altro Santo a sinistra, probabilmente S. Antonio Abate o altro eremita o addirittura Simone Stock inglese, che prega per le Anime del Purgatorio. Forse l’artista volle così rendere omaggio ad un Santo inglese, nazione vicina e sorella all’Irlanda. San Cataldo è rappresentato in abiti pontificali col pastorale nella sinistra e con la destra nell’atto di benedire; in alto, al di sopra del pastorale, si legge: Cataldus.

Nel 1339 era Arcivescovo di Taranto Ruggiero Capitignano. Costui bramoso di accrescere la devozione del popolo verso il Santo, stabilì che dell’urna di argento, in cui l’Arcivescovo Rainaldo aveva desposto le Reliquie, si facesse una statua, e che le reliquie più insigni venissero messe in teche più piccole, da potersi esporre alla venerazione dei fedeli. Diede incarico a tre sacerdoti più rispettabile per età, per scienza, per costumi, di aprire l’urna e di estrarne le reliquie. Nell’aprirla, oh meraviglia! videro la benedetta lingua del Santo così fresca, bella, incorrotta, che pareva come se fosse d’uomo vivo. Questo fatto che o non era stato notato o trascurato di notare nelle momorie della Invenzione e delle traslazioni, riempì d’immensa gioia i tre sacerdoti e gli altri presenti, i quali scoppiarono in lagrime di tenerezza, riconoscendo che ben doveva godere di privilegio tanto singolare quella lingua che fu sempre impiegata a predicare la religione di Gesù Cristo e a cantar le divine lodi. –La statua riproducente la figura del Santo, così come era rappresentato nella cripta, fu fatta a mezzo busto, e il giorno della festa, il 10 Maggio, fu portata processionalmente per la città. – La sorella dell’Arcivescovo, Alessandro Capitignano, fece lavorare una magnifica teca d’argento in cui fu custodita la lingua del Santo, quale si vede nel tesoro del Duomo. Essa si porta in processione nel giorno dell’Ascensione, e con essa, dall’alto del Ponte Girevole, si benedicono i due mari e le campagne.

Alcuni anni dopo, cioè nel 1465, essendo stata la città liberata dalla peste che seminò la morte in tutte le Puglie, la statua fu rifatta per intero e ad altezza naturale, a spese della città, mentre era sindaco Troylo Protontino.

Questa nuova statua riuscì bellissima. Ecco come ne parla il Cassinelli nella <<Vita di S. Cataldo>>, scritta nel 1717, pag. 124.

<<Fra gli altri Tesori, che arriscono la nostra Chiesa, tiene il primo luogo la Statua di S.Cataldo, fabbricata di purissimo argento, rappresentante il Santo, ornato degli Abiti Pontificali, che colla sinistra mano stringe il Pastorale, e colla destra sta in atto di benedire il Popolo. E’ essa di bellissima forma per quello che riguarda la disposizione delle parti. Ma il più ammirabile si è, che quantunque essa sia graziosissima negli atti, desta non di meno terrore nei cuori macchiati di colpa, e tenerezza in quei che conservano l’innocenza>>.

Nel 1737, mentre la statua si scendeva dalla nicchia per lavarla e pulirla, come si praticava, e si pratica tuttora, la testa si staccò dal busto, rotolò per terra e ne fu danneggiata. Mentre alla presenza del Canonico D. Giuseppe Galeota si facevan le necessarie riparazioni, fu trovato, nella testa, insieme con le altre reliquie, anche il cervello, avvolto in un sacchettino di seta. Il detto Canonico Galeota donò una teca di argento a guisa di ostensorio, in cui venne custodito il cervello.

Nel 1804 l’Abate Tesoriere  Giura fece riformare la statua con novella base con la spesa di duc. 994 ( pari a L.4065.50). – come è scritto in documenti di quei tempi. Ma riuscì opera non del tutto artistica.

Nel 1891 a cura dell’Arciv. Mons. Pietro Iorio e del Capitolo Metropolitano fu fusa la vecchia statua nell’officina Alessandro Volta in Napoli e con elargizioni della popolazione tarantina e con largo contributo del Comune, fu rifatta la Statua quale attualmente si vede, davvero artistica e in proporzioni naturali.

Mi piace riportare quì quanto Mons. Blandamura ha scritto nel suo pregevole lavoro << Il Duomo di Taranto >> a proposito di detta statua:

<< L’argenteo simulacro di San Cataldo misura due metri di altezza: il Patrono è in atto di camminare, con la destra benedicendo la città che gli è fedele, mentre con la sinistra stringe il pastorale.

E’ pregio speciale dell’opera la individuazione del Santo appieno riuscita, tanto da impressionare chi lo mira. Indovinatissimi la posa e l’atteggiamento, nonchè l’ispirazione artistica che si rivela in tutti i lavori ed i rilievi della statua, e destano meraviglia.

Ottima in special modo è l’espressione del volto circonfuso di mistica dolcezza; assai bello il panneggiamento della pianeta e della stola.

Un lavoro assai fino è pure il merletto del piviale e del camice che sembra cesellatgo: lavori tutti eseguiti pazientemente a sbalzo, ad eccezione della testa e delle mani di finissima fusione >>.

Il medesimo Arcivescovo riformò e fece approvare dalla S.C. del Concilio il nuovo Ufficio pel Natalizio di S. Cataldo, 8 marzo, pel ritrovamento del suo corpo 10 Maggio e per il Patrocinio, 3 Settembre.

PATROCINIO

S. Cataldo ebbe sempre una special protezione per la città di Taranto. – Oltre gli strepitosi miracoli operati a favore d’individui e famiglie ( e noi ne abbiamo già riportati alcuni e ne riporteremo in fine parecchi altri), Egli salvò in più circostanze la città, come nei terremoti del 1456, in cui fu distrutta Brindisi, del 1538, del 1582, del 1627 in cui fu distrutta Francavilla, del 1640, del 1638, del 1750, del 1854; e delle pestilenze del 1340, del 1460, del 1483, del 1524, del 1624, del 1743, del 1815 descritta dal pugliese Morea Vitangelo, che arrecarono la desolazione e la morte in queste contrade.

S.Cataldo fu invocato nelle siccità, nelle tempeste, nei pericoli di terra e di mare, nelle malattie, in tutti ni bisogni, in tutte le calamità, e ha fatto sempre sentire la potenza del suo patrocinio.

Nel 1557 S.Cataldo fece visibilmente notare il suo intervento nel mandare a monte bun Decreto di Filippo 2° di spogliazione della Chiesa di Taranto. Ecco com’è raccontato il fatto in un documento antico esistente nell’Archivio del Duomo di Taranto; - <<Nell’anno 1557, ardendo il regno di guerra, ed essendovi gran scarsezza di denari, dai Ministri del Re Filippo II fu dato ordine che si prendessero dalle Chiese le campane per farne artiglieria, allo scopo di difendere il regno contro i nemici, e che non si risparmiasse neanche il tesoro ecclesiastico. In ogni città erano stati spediti Commissari a questo scopo. Anche a Taranto venne un Commissario del Duca d’Alba, per portar via tutta l’artiglieria della Cattedrale e delle altre chiese. Mentre si stava facendo l’inventario nella sacrestia, <<ed avendo il Commissario già guastato molti vasetti dei quoli si conservavano molte reliquie del nostro Padre S. Cataldo ed alcuni calici sacri, e mentre tutta la città stava in miserabile lutto e amaro pianto, chè non contento il Commissario già voleva dar di mano alla gloriosa statua, ecco (oh grazie del Signore), appare all’impensata uno il quale porta nuna scrittura>>, ossia un ordine del Duca d’Alba, il quale in risposta ad una istanza spedita dal Clero Tarantino, dispone che si sospenda le requisizione e il sequestro della statua e di tutta l’argenteria, e <<di lasciarla in potere degli ufficiali>> di detta chiesa siccome stavano per lo passato. Colui che <<portò la scrittura sparì; nè fu più visto, nè si seppe chi sia stato>>. Il Commissario <<che stava inventariando l’argenteria, alzò mano e osservò quel che gli fu ordinato, onde tutta la nostra città e Clero, cambiando il lutto in allegrezza, giubilò con vari festini>>. Il Capitolo e il Clero fece una solenne processione in S. Pietro Imperiale, accompagnato da tutto il popolo <<universalmente quasi scalzo, rendendo grazie infinite al Signore che s’era compiaciuto far restare di nuovo la statua del Protettore e Padre da lui proprio mandato alla nostra città>>.

La festa del Patrocinio si celebra il 3 Settembre.   

MIRACOLI DI S. CATALDO

Ad accrescere la nostra pietà ed a rinsaldare la nostra speranza verso il taumaturgo nostro Protettore S. Cataldo, riportiamo quì alcuni dei moltissimi e stupendi miracoli narrati dal Berlingero, eccellente giurista Tarantino del secolo XII, da Bonaventura Morone, da Cataldo Antonio Cassinelli, o tratti da monumenti della chiesa tarantina: miracoli che ebbero luogo dopo la terza traslazione.

1)   Un signore di Benevento paralizzato nelle mani e nelle gambe, mosso dalla fama dei miracoli del Santo, si fece recare con grande devozione in Chiesa. – Ma le porte del tempio erano chiuse, ed egli fattosi adagiare innanzi alla Chiesa, con le lagrime agli occhi e con fervide preci, supplicava il Santo acciocchè si degnasse di rendergli la sanità. Poco dopo le porte si aprirono di per sè stesse, e contemporaneamente le campane cominciarono a suonare, da sole, come mosse da mani angeliche, ed egli fu all’istante guarito. Il popolo accorso potè constatare il miracolo. Esultanti tutti insieme resero grazie al Signore che per mezzo del suo servo Cataldo si era degnato di operare così meravigliosi prodigi.

2)   Una donna per nome Lucia, priva di beni di fortuna e demente in seguito a grave malattia, fu portata da alcuni pietosi presso il Sepolcro di San Cataldo, le fecero baciare detto sepolcro, e la povera pazza immediatamente guarì.

3)   Un uomo della vicina Massafra, aveva un fifliuolo da tre anni cieco. Lo condusse alla tomba del Santo, mentre appunto si cantvano le divine lodi. – Avendolo lasciato in disparte, egli si mise con molto fervore a pregare il Santo per la salute del figliuolo. Mentre era tutto intento all’orazione, ecco che dalle sacre reliquie emana un soave odore che lo riempie di straordinaria allegrezza. Pieno di fiducia che per quel segno avrebbe ricevuto la grazia, si reca presso iol figliuolo, e lo trova tutto guarito. La fama del prodigio giunse subito all’orecchio dell’Arcivescovo Giraldo che allora stava col Clro nel Coro a celebrare i divini Uffici, e insieme col popolo rese gloria a Dio ed al suo Servo.

4) Nel giorno stesso della traslazione, un Tarantino di nome Stefano, conciatori di pelli, avendo tutto il corpo coperto di mortali ulcere, portatosi anch’egli a venerare le Sacre Reliquie ed a pregare per la sanità, in un istante restò guarito. Ma non avendo egli palesato la ricevuta grazia, come far doveva per maggior gloria del Santo, il giorno seguente, volendo rientrare in chiesa, ne era respinto da una forza invisibile. Si accorse allora dell’errore commesso, e confessò con umiltà pubblicamente l’uno e l’altro prodigio operato dal Santo nella sua persona; e così potè entrare in chiesa.

5)   Una monaca di Mottola aveva una sorella gravemente oppressa da paralisi. Avendo sentito raccontare  i molti miracoli del Santo, volle condurla con sè a Taranto a visitare il sepolcro di esso nel Duomo. Genuflesse anbedue dinanzi alla Sacra tomba, pregavano con gran fede; poco dopo l’inferma, accompagnata dalla sorella, uscì dalla chiesa guarita.

6)   Un uomo di Gallipoli, da anni cieco, stabilì di farsi trasportare in barca a Taranto nella speranza che per l’intercessione di S. Cataldo, il Signore, si sarebbe degnato di restituirgli la vista. Postosi in viaggio, prima di giungere a Taranto ricuperò il lume degli occhi; onde portatosi al sepolcro del Santo, rendendo grazie al Signore, raccontò agli altri la grazia ottenuta.

7)   Un uomo di Castelmezzano (Prov. Di Potenza) aveva una figlia storpia di dodici anni. Pensò di condurla a Taranto a visitare le reliquie del Santo nella speranza del miracolo. Per ben quattro giorni continui pregò incessantemente, ma non vedendosi concedere la grazia; perduta ogni speranza, pensò di far ritorno al suo paese. Portatosi da una parte della chiesa, nè più scorgendo la figlia, dopo qualche ricerca, la ritrovò sana e salva genuflessa davanti una Croce. Avendo reso ambedue lodi al Signore e al Santo taumaturgo, ritornarono al loro paese con grande contentezza.

8) Un uomo di Policoro per nome Orso, persona dabbene e facoltosa, essendosi ammalato gravemente, perdè l’uso delle menbra nella metà del corpo. Ma sapendo molto bene quanto fossero grandi i miracoli del Santo Confessore, per aver veduto coi propri occhi molte persone che avevavno ottenute grazie dal Santo, si fece condurre a Taranto, nel Duomo, dove prostratosi nel miglior modo che potè, pregò fervidamenteil Santo che si degnasse restituirgli la primiera sanità. La notte seguente, mentre dormiva, gli parve di vedere nella medesima chiesa una Regina che diceva a un Ministro: <<Lava i piedi a questo infermo>>. La matina, destatosi dal sonno, si trova sano e libero; onde raccontando egli la visione, furono rese grazie a Dio che per mezzo della SS. Vergine Maria e di S. Cataldo, si era degnato di consolare l’infermo.

9)   Una fanciulla di Brindisi assalita, da fierissimo dolore di testa, restò affatto cieca. I genitori ai quali sommamente dleva la disgrazia della figliuola, ricorsero invano ai più valenti kmedici; adoperarono i migliori rimedi, che restarono tutti inefficaci. Sointi dalla fama dei miracoli di S.Cataldo, proposero di venire insieme con l’inferma a visitare il di lui Sacro Corpo, e preentarono al Santo, come voto, due occhi d’argento. La notte seguente la figlia, per nintercessione del Santo, si trovò interamente risanata. Il padre e figliuola, vennero insieme a Taranto non più per implorare la grazia, ma pe rringraziare il Santo dell’ottenuto favore.

10) Un carpentiere di Taranto, per nome Argenzio, molto timorato di Dio, per una paralisi in seguito a malattia, perdè l’uso delle braccia, onde non potè più guadagnarsi il vitto, e fu costretto a chiedere l’elemosina, per i vari Oratori e conventi. Una notte, mentre dormiva gli parve, di udire una che gli dicesse: Recati nel Duomo, prega il Santo Protettore. Il che egli fece, e fu subito risanato.

11)  Due abitanti della città di Crotone, insieme con ndue altri infermi, dei quali uno aveva perduto l’uso dei piedi, e l’altro era stato colpito da una gravissima malattia agli occhi, s’imbarcarono per venire a Taranto, e chiedere grazia al Santo. Pervenuti alle foci del Bradano e del Lato, poche miglia lontano da Taranto, sorse u fiero temporale che aumentò fuor di modo le acque dei suddetti fiumi. La barca non potendo resistere all’impeto della corrente ed all’abbondanza della pioggia, si trovava in emminente pericolo di sommergeri. Il che sarebbe certamente accaduto se tutti unitamente non si fosseroraccomandati al Santo, il quale, in tal frangente si compiacque di raddoppiar le grazie. Infatti, mentre si conobbero salvi dal naufragio, i due infermi si trovarono liberati dalla loro malattia, e seguitando con maggiore devozione il loro viaggio, pervennero a Taranto, dove dopo aver narrato l’uno e l’altro miracolo, resero le dovute grazie al Signore e al Santo.

12) Un sacerdote di Pomarico in Basilicata, era tormentato continuamente da vertigini che coll’andar del tempo lo avevano reso affatto stordito. Una notte però, mentre riposava, gli parve di essere in chiesa e di ragionare dell’infermità propria con un suo discepolo, il quale consigliando l’aflitto maestro, gli diceva che andasse da quel Vescovo che stava a sedere dietro l’Altare e il cui nome era Cataldo, e l’assicurava che avendo quel Vescovo dispensato molte grazie ai suoi giorni, non avrebbe mancato di concedere anche lui la grazia. Parve allora al buon Sacerdote di accostarsi con passo frettoloso verso il Santo, e che costui messagli una mano sul capo e facendo un segno di croce, lo avesse già liberato, imponendogli di andarlo a visitare nella sua Chiesa. Destatosi il Sacerdote, si trovò interamente sano; si recò subito a visitare il Sepolcro del Santo Vescovo di Taranto, dove narrò a tutti distesamente il ricevuto miracolo.

13) Una vedova di Rosito Capo Spulico (prov. di Cosenza) donna di ottima vita, sentivasi oppressa in tutte le parti del corpo da gravissimi dolori articolari. Non potendo più dare un passo, nè poteva più muovere le braccia. Cominciarono i suoi di casa col raccomandarsi a S. Cataldo con fervorose preghiere, acciocchè Ei si degnasse di renderle la perduta sanità. Non passò molto che comparendo il Santo all’inferma, le disse che sarebbe rimasta consolata, purchè andasse a visitarloo presso il suo sepolcro in Taranto. Vi si fece recare l’afflitta donna, e restò, secondo la promessa, interamente sana.

14) Berlingerio, valoroso soldato e dotto giurista Tarantino, proprio colui che scrisse la storia del ritrovamento e della traslazione di S.Cataldo, e che raccolse in quel suo scritto molti dei miracoli dal Santo operati, ebbe anch’egli un miracolo. Si recava egli un giorno, per ordine del Re, alla città di Palermo, chiamatovi dal Sovrano, per tradurre un volume dal Greco in Latino. Durante il viaggio fu assalito da dolori ai fianchi e da una colica così violenta, che il poverino pensava di aver a morire per istrada, quando gli venne in mente di ricorrere con gran fede al Santo Protettore. A lui rivolse fervorose suppliche, e fu dal medesimo risanato.

15) Alcuni marinai tarantini, partiti dalla Sicilia per venire a Taranto, mentre costeggiavano la Calabria, furono sorpresi da un sì violento temporale, che la nave era lì lì per essere sommersa. Senza perdersi di coraggio, mentre lottavano contro le onde, si spezza la catena di ferro che sosteneva e reggeva il timone, e il timone stesso venne strappato dalla furia delle onde; per la qual cosa atterriti si vedevano innanzi agli occhi il naufragio e la morte. Un giovane che si trovava frra di essi, spinto dal proprio coraggio o da ispirazione divina a disprezzare la morte, si gettò in mare, affinchè o riportasse su ai compagni il timone, o li procedesse a morire. Ma subito il misero giovine dalla forza del mare fu portato tanto lontano che i compagni tra i vortici delle onde non potevano più scorgerlo. In questo estremo pericolo della vita, cominciarono ad invocare il celeste Patrono S.Cataldo, e subito i venti cessarono, le onde si placarono; il giovine che essi credevano morto tornò presso di loro col timone ricuperato. Entrati tutti sani e salvi nel porto, corsero ai piedi di S.Cataldo a sciogliere il voto che avevano fatto e ringraziarlo e magnificare il Santo che li aveva salvati.

16)  Il miracolo di Corato. Nel 1483 una esiziale pestilenza infieriva nelle provincie meridionali d’Italia, e più delle altre le Puglie ne sentivano i tristi effetti. La città di Corato, prov. di Bari, benchè fino allora fosse stata immune dal morbo, pur tuttavia temeva da un momento all’altro che l’infezione entrasse e mietesse le sue vittime, com’era accaduto a Roma. Un ricco contadino di nome Quirino Trambotta si aggirava un giorno fuori di Corato per faccende campestri, quando gli si presentò un vecchio venerando, il quale prese a parlare amichevolmente con lui. Naturalmente il discorso cadde sulla peste, flagello di Dio, che minacciava d’invadere il paese. Ai giusti timori manifestati dal Trambotta, il vegliardo lo rassicurava ad aver fiducia nella misericordia del Signore, a tenersi lontani dai peccati e a chiedere perdono di quelli commessi. – E voi chi siete – disse il contadino – che mi parlate così apertamente dei disegni divini? – Io sono Cataldo, che fui già Vescovo di Taranto. Ora sono in Cielo, e metterò anche voi sotto la mia protezione; ma prima ricorrerete alla penitenza. Poi farete innalzare al Signore Iddio un tempio in mio onore eleggendomi per vostro Protettore. Questo è volere di Dio. Pregate, sarete esauditi, nessuno perirà. Estatico, giubilante per la visione, il pio Trambotta domandò: Dove innalzeremo la Chiesa in vostro onore? – Ed il Santo: - Domani, come tu avrai aggiogato i buoi dal carro per venire in campagna, come tu suoli, dove uno di essi cadrà, là è il luogo scelto per la nuova chiesa. Una pia ed antica tradizione di Corato aggiunge anche che, avendo il Trambotta domandato un segno certo onde togliere ogni sospetto d’inganno verso coloro che avrebbero manifestato il fatto, il vecchio si tolse di dosso il mantello e ne coprì le spalle di lui dicendogli: - A quanti infermi applicherai questo mantello, a tantio sarà donata la sanità. L’indomani il Trambotta riferì alle Autorità Ecclesiastiche ed ai cittadini ciò che aveva visto e udito. Tutti ricorsero di patrocinio del Santo. Larghe e molte furono le elargizioni. Nello spazio di un anno la Chiesa fu portata a termine, in rendimento di grazie perchè la città era stata liberata dalla peste, non essendo morto nessun cittadino di male morbo. Nello stesso anno, la Chiesa venne dedicata e consacrata con l’intervento di sei Vescovi, cioè Giovanni Attaldo, Arcivescovo di Trani; Bernardino, Vescovo di Bisceglie; antonio Rocca, Vescovo di Ruvo; Giovanni De Porcaris, Vescovo di Lacedonia; Giulia Cantelmo, Vescoco di Montepeloso e fra Angelo Bastianis, Vescovo di Mottola ( Lo Jodice, Memorie storiche di S. Cataldo).

17)  Cataldo Antonio Cassinelli, colui che scrisse <<Vita e memorie di S.Cataldo>>, essende ancor giovinetto di appena sedici anni, nel 1666, fu preso da così grave malattia, che i medici, dopo aver usati tutti i rimedi, disperavano di salvarlo. I famigliari allora, vedendo venir meno gli aiuti terreni, non vollero lasciare intentati gli aiuti celesti. Lo zio Don Francesco Antonio fece portare in casa la Crocetta d’oro di S.Cataldo che suole farsi baciare agli infermi. Il giovinetto la baciò fervosamente, e poi, pregando con gran fede, la pose sul capo ove era il suo maggior male. A poco a poco il dolore cessò, la febbre venne a mancare, e in pochi giorni iol giovinetto si ristabilì totalmente e si portò alla Cappella del Santo a ringraziarlo del gran beneficio ricevuto. Dopo qualche anno ricevè anche una seconda grazia. Apparve sull agamba destra una piaghetta che, o trascurata o mal curata, si dilatò enormemente e si approfondì sino all’osso, tanto che si giudicò essere necessario recarsi a Napoli, per consultare i medici di quella città. Il giovine però stimò più opportuno di farsi portare al Sepolcro del Santo. Invocato più col cuore che con la lingua il suo Patrocinio, fece voto di visitarlo ogni giorno fino a che fosse tornato sano. Questo bastò, perchè senz’altro rimedio la piaga guarisse in brevissimo tempo, e alla gamba non rimase che una sola cicatrice. Egli poi per gratidine scrisse la Vita di S.Cataldo, e riportò tra gli altri questo miracolo.

18) A Cottanello, nell’Umbria, da parecchi  secoli è onorato come protettore S.Cataldo. Anzi vi sono tradizioni riguardanti il passaggio di S.Cataldo per quei luoghi, quando tornò dai luoghi Santi per venire a Taranto. Nel 1760 il Santo Taumaturgo operò uno strepitoso miracolo. – Al Dott. De Cesaris era nato un figlio con le pupille appannate. La famiglia sperava che in seguito, con le cure adatte, la vista si sarebbe rischiarata. Vana speranza! I rimedi furono applicati inutilmente. Il giovinetto a 12 anni non vedeva affatto; le pupille erano del tutto ottenebrate. Il padre pieno di dolore e contemporaneamente pieno di fiducia nel S,Protettore, fece celebrare unha novena in onore del Santo, perchè si degnasse di impetrare da Dio la vista al figlio. Mirabile a dirsi! Non era ancora finita la novena, che il giovinetto ricuperò la vista. Potè così riprendere il corso degli studi e si dedicò poi allo studio dell’ottica e della geometrica pratica, e compì a perfezione i più minuti e delicati lavori. Le autorità di Cottanello fecero in tal circostanza coniare delle medaglie con l’effige del Santo.

19) Ma per venire a tempi, più recenti, chi si reca nel Duomo, nel Cappellone di S.Cataldo, trova due quadri, monumenti di gratitudine di alcuni fedeli tarantini al Santo protettore. Il 16 aprile 1858 il Capitano Nicola Pignatelli, Vomandante di un veliero che trasportava merci a Taranto, fu sorpresa da una furiosa tempesta. Il veliero era stato molto danneggiato, e da un momento all’altro poteva essere sommerso dalle onde. Egli con gran fede invocò S.Cataldo e fece voto mdi un perpetuo ricordo in Cattedrale. Tutto a un tratto parve il vento calmarsi; il mare si rabbonì, a poco a poco, ed egli giunse salvo in porto.

20) Il 31 ottobre del medesimo anno 1858, il veliero <<Vincenzino>> comandato dal capitano Michele Grimaldi, proveniente dal Pireo, doveva far ritorno a Taranto. Ma una nebbia fitta era caduta nelle prime ore del mattino; il Comandante non riconosceva più il porto. Si può immaginare lo scoramento  del povero Grimaldi, il quale in alto mare non poteva andare nè avanti nè indietro. Si rivolse allora con fervida preghiera a S.Cataldo, ed ecco, gli parve di vedere come una luce che guidasse il suo veliero e lo accompagnasse in porto. Si affidò a S.Cataldo e giunse a Taranto senza alcun danno.

Chiudiamo questo Capitolo sui Miracoli con le parole stesse con cui chiuse il Berlingero la sua Storia di Drogone e dell’Invenzione del corpo di San Cataldo e dei miracoli avvenuti nelle sue traslazioni; <<In verità molti altri miracoli fece il Santo Confessore; questi pochi che ho scritto sono scelti dai più; imperciocchè chi mai potrà scrivere tutte le meraviglie le quali assiduamente vengono operate sotto i nostri occhi?>>   

CULTO A S. CATALDO FUORI DI TARANTO

Non è il caso di parlare quì del culto prestato a S.Cataldo in Irlanda: Egli è venerato dovunque il quella nobile Nazione, e vi sono perfino delle città che portano il suo nome come Cathals-town. – nè vogliamo parlare del culto prestato al Santo nei paesi di questa Archidiocesi di Taranto, ove il suo nome viene invocatao, lodato, benedetto per le innumerevoli grazie che elargisce.

Quì vogliamo fare una specie di elenco, per ordine alfabetico, delle mvarie città e dei vari paesi ove S.Cataldo riceve un culto speciale: elenco che riportiamo dall’interessante opuscolo di Mons. G. Blandamura: Un cimelio del secolo VII, perchè finora ci pare il più completo.

  • Aliste (Prov. Lecce)
  • Andria (Prov. Bari)
  • Barletta (Prov. Bari)
  • Bella (Prov. Potenza)
  • Borgoforte (Prov. Mantova)
  • Brienza (Prov. Potenza)
  • Cagnano Varano (Prov. Foggia)
  • Campagna (Prov. Salerno)
  • Cariati (Prov. Cosenza)
  • Castelnuovo Cilento (Prov. Salerno)
  • Castrogiovanni (Prov. Caltanisetta)
  • Cefalù (Prov. Palermo)
  • Cirò Marina (Prov. Catanzaro)
  • Corato (Prov. Bari)
  • Cottanello (Prov. Rieti)
  • Esanatoglia (Prov. Macerata)
  • Gagliano Castelferrato (Prov. Catania)
  • Gangi (Prov. Palermo)
  • Giuliano Teatino (Prov. Chieti)
  • Gorgoglione (Prov. Potenza)
  • Gualtieri Sicaminò (Prov. Messina)
  • Grottaglie (Prov. Taranto)
  • Massalubrense (Prov. Napoli)
  • Minturno (Prov. Gaeta)
  • S.Cataldo (Prov. Modena)
  • Monopoli (Prov. Bari)
  • Montenero Sabino (Prov. Perugia)
  • Monte S.Giuliano (Prov. Trapani)
  • Motta Baluffi (Prov. Cremona)
  • Nicosia (Prov. Catania)
  • Patrica (Prov. Roma)
  • Roccaromana (Prov. Salerno)
  • S.Cataldo (Prov. Caltanisetta)
  • S.Maria a Colle (Prov. Lucca)
  • S.Elia Fiume Rapido (Prov. Caserta)
  • Supino (Prov. Roma)

 

ultimo aggiornamento 19/02/2017

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